Autograph – Recensione: Beyond

Dai successi degli anni ottanta (in tanti ricorderanno la hit “Turn Up The Radio”) alla reunion che nel 2017 li ha visti rientrare nelle classifiche, dall’inserimento in formazione del cantante Simon Daniels (Jailhouse, Flood, 1RKO) alla recente perdita del bassista e fondatore Randy Rand, la storia degli Autograph sembra costellata di quegli alti e bassi che abbattono alcuni ma ispirano profondamente altri. Una band che ai tempi andava a braccetto con Mötley Crüe, Ronnie James Dio, Van Halen e Aerosmith, sempre a suo agio che si trattasse di esibirsi in grandi arene, lussuosi casinò oppure davanti alle folle oceaniche dei più grandi festival. Ma che, allo stesso tempo, non fu in grado di sostenere la propria carriera a causa di defezioni interne, cambi di direzione meno convincenti ed un atteggiamento onesto che la portò a declinare un contratto che, nel 1989, le avrebbe permesso di pubblicare un disco con una major (Epic) e – chissà – magari dato una maggiore continuità alla propria storia. Interpretato da una formazione che unisce membri storici e nuovi talenti (in primis Jimi Bell alla chitarra) e che, con fare dolceamaro, saluta l’ultima prova del suo bassista scomparso lo scorso Aprile, gli Autograph debuttano per Frontiers con un disco generoso, che si dispiega per tredici tracce ed oltre cinquanta minuti di musica. E fin dalle note della sua prima traccia “This Ain’t The Place I Wanna Be” traspare tutta quella voglia che è il vero valore aggiunto di “Beyond”: voglia di esserci, voglia di fare e voglia di suonare trovano uno sfogo articolato e naturale nell’assolo di chitarra che ci accoglie, nel mid-tempo che ci guida con passo sicuro e nei cori di un hard rock che sa fondere bene le sue origini classiche (“Gotta Getcha”) con quel dinamismo che associamo al moderno.

La qualità di lavori come questi la senti nel senso di coesione, nella cura del dettaglio, nella passione con la quale Daniels interpreta un rock sospeso tra passato e presente che non rinuncia al divertimento (“Your Slave Tonight”). E ancora: la disinvoltura con la quale questo disco cambia temi e registri è un aspetto peculiare e direttamente legato alle fortune di una band che non ha più nulla da dimostrare: senza voler fare di “Beyond” un patchwork disordinato, i suoi diversi caratteri – che spaziano dal riffing semplice di “Everything” alla maestosità della buona balladTake Me Higher” – sono una testimonianza diretta e spontanea di un gruppo che ha in egual misura gioito, sofferto ed imparato e che, nonostante i prolungati periodi di pausa a cavallo dei due secoli, non ha mai perso di vista il suo scopo. La forza la senti anche nella totale assenza di voglia di strafare: nonostante il suo titolo, che farebbe pensare al superamento di un limite o al trasloco in una nuova dimensione, l’album si mantiene in realtà in territori conosciuti e prevedibili (“Love Is A Double Edge Sword” è un Bignami glam/hair), quelli di un hard radiofonico di presa facile (“Feels So Good”) con “all the pieces falling into place” e che mette a frutto gli anni di dischi e di concerti per evitare di suonare – quello no – troppo scontato e prevedibile. Nemmeno la produzione aspira ad essere definita stellare: nonostante valutarne i dettagli con uno sciatto ascolto in streaming sia oggettivamente impossibile, l’impressione è quella che si siano privilegiate delle scelte semplici ed efficaci, ritenute – a ragione – in linea con l’anima southern del quartetto originario di Pasadena.

La principale conseguenza di un approccio così composto e misurato è che “Beyond” diventa un disco che conquista senza trascinare, che entusiasma senza sconvolgere, che si costruisce una sua preziosa credibilità grazie alla solidità del suo impatto (particolarmente evidente nel meraviglioso crescendo di “Run For Your Life”) ed alla commendevole assenza di passi falsi. Un lavoro giustamente fiero della sua maturità ed orgoglioso della sua storia (“Flying High”), che rende onore ad uno dei suoi principali artefici salutandolo con un bel mix di consapevolezza, malinconia e carattere.

“La storia degli Autograph inizia con quella di un’altra band: i Wolfgang, leggenda dei locali di Los Angeles nei tardi anni settanta, dove militavano Steve Plunkett, come cantante e chitarrista, e Randy Rand, come bassista. In quel periodo, le tre più affermate band dei locali della città erano i Van Halen, i Quiet Riot e i Wolfgang, ma fu destino che questi ultimi fossero lasciati indietro, nonostante il loro successo nei club del Sunset Strip.” (Wikipedia)

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. This Ain’t The Place I Wanna Be 02. Your Slave Tonight 03. Everything 04. Gotta Getcha 05. Take Me Higher 06. Run For Your Life 07. Beautiful Disaster 08. Love Is A Double Edge Sword 09. Heart Of Stone 10. Feels So Good 11. Flying High 12. To Be Together 13. Mind Of Fear (Bonus Track Digital only)
Sito Web: facebook.com/autographband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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