Arachnes – Recensione: A New Day (Re-issue)

Sono generalmente ben disposto nei confronti delle riedizioni: se hanno deciso di pubblicare nuovamente un disco uscito dieci anni fa, mi dico con un mix di ottimismo e pigrizia, vuol dire che forse c’è del potenziale inesplorato e l’album merita una seconda possibilità. Con gli italiani Arachnes succede più o meno la stessa cosa. Mai pubblicata su CD prima d’ora, “A New Day” costituisce infatti l’opera settima di una band nata nel 1995 per volere dei fratelli Enzo e Frank Caruso. Ispirati dall’eclettismo virtuoso di Deep Purple, Led Zeppelin, Queen… fino ad arrivare a Bach, Chopin e Stravinskij, i due diedero alle stampe sei album prima di arrivare ad “A New Day” (2011), originariamente disponibile nel solo formato digitale. Parliamo insomma di una realtà ampiamente rodata e consolidata, le cui tappe sono state seguite da metallus.it con una invidiabile somma di puntualità ed elogi. Ed effettivamente la scelta di Music For The Masses di infondere nuova e fisica vita a questo disco appare sensata, se già al primo ascolto “A New Day” si rivela un album musicale e complesso, tecnicamente notevole ed in grado, grazie alla robustezza delle sue qualità, di resistere alle insidie del tempo. Abile nel fondere, con una sensibilità che possiamo orgogliosamente definire mediterranea, parti più accessibili e musicali con altre di matrice progressiva (“Take Your Life”), il disco degli Arachnes è il tipico prodotto che sembra animato di vita propria, talmente solido e quadrato che persino a parlarne si rischia di sminuirlo, mentre la recensione si scrive praticamente da sola.

Tanti gli appunti e le analogie che vengono in mente durante l’ascolto, tante le suggestioni e gli aggettivi, al punto che persino la scelta di quelli più efficaci si fa complicata. Granitico (“Into The Fog”), musicalmente opulento e capace al tempo stesso di rarefatta introspezione (“I Know The Darkness”), “A New Day” si fa apprezzare innanzitutto per la sintesi efficace delle sue tracce: collocate mediamente tra i tre ed i quattro minuti, formano tutte e tredici un quadro colorato e mai stancante, riuscendo a sgrassare il prog da quell’autoreferenzialità che spesso – e soprattutto dalle nostre parti – lo appesantisce. Tra i solchi del disco, che oggi possiamo finalmente apprezzare anche fisicamente, ci sono rimandi al prog italiano, al power tedesco (“Magic World”), al classic americano (come la cover “Fireball”) ed all’onda nuova del rock contemporaneo, fusi in un insieme che ai primi ascolti può fare pensare a “A New Day” come ad un prodotto indisciplinato, bizzoso e musicalmente sfuggente. Quello che appare chiaro, in realtà, è che la personalità del disco è la vera forza attorno alla quale tutte le suggestioni ruotano, finendo con il ritrovare nel loro moto circolare un percorso ordinato, ben bilanciato e voluto. La coesione della band non è uno scopo da esibire, ma solo il presupposto per proporre momenti ficcanti ed efficaci, nei quali l’inserimento di elementi elettronici, epici o orientaleggianti non pregiudica l’impatto squisitamente heavy di chitarre (“Running In An Old Town”) e arrangiamenti (“I’m Sorry”). Inutile, in questo bel quadro d’insieme, parlare dei singoli: se anche l’interpretazione vocale di Enzo Caruso potrà ad alcuni sembrare a volte più ispirata (“My Face Is Hard”) ed altre semplicemente funzionale, in un disco che dipende dalla forza della sua orchestrazione è l’insieme, e la cura con la quale esso è tenuto a bada, a contare veramente.

A New Day” è il classico esempio di un prodotto che lascia un’impressione superiore alla somma delle sue, pur ottime, parti: l’agilità e la naturalezza con le quali i suoi momenti si avvicendano come atti di un’opera colta (“The Reason Of The Things”) sono valori che è possibile cogliere ascoltandolo nella sua interezza, investendo il proprio tempo nelle note e lasciando in secondo piano tutto il resto, certi che l’impegno sarà ripagato e continuerà ad esserlo anche domani con la medesima intensità. Quando ci stancheremo – così, per dire – di ascoltare una chicca strumentale ed implacabile come “Your Death”? Dischi come questi sembrano implorare una edizione fisica, che sia vinile o compact disc, perché il godimento che sono in grado di offrire possa coinvolgere i sensi estendendosi alla vista, al tatto, all’olfatto: dischi da ascoltare e toccare, che grazie ad operazioni come quella messa in campo da Music For The Masses acquistano una dimensione analogica, umana e terrena, che li rende più vicini, conoscibili e parti della quotidianità. Pesante eppure musicale, profondo nella sua generale asciuttezza, questo album non è solo un nuovo giorno, ma un modo assolutamente personale di interpretare un genere complicato, trasformandone le rigidità stilistiche in nuove opportunità. Il fatto che a vincere la sfida sia un prodotto con dieci anni di vita sulle spalle testimonia ulteriormente la forza di un progetto, e più in generale della musica fatta bene.

Etichetta: Music For The Masses

Anno: 2021

Tracklist: 01. Psychedelic Trip (Intro) 02. I Know the Darkness 03. Big Hearth 04. I'm Sorry 05. Into the Fog 06. Magic World 07. My Face Is Hard 08. Running in an Old Town 09. Take Your Life 10. Parallel Worlds (orchestral version) 11. The Reason of the Things 12. Your Death 13. Fireball (Deep Purple cover) 14. First Of All (bonus track)
Sito Web: arachnes.it

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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