Alter Bridge – Recensione: Pawns & Kings

Devo ammettere che sono piacevolmente, positivamente prevenuto nei confronti di Myles Kennedy. Sarà per l’inconfondibilità della sua impronta vocale, per il misto di tecnica e passione, o ancora perché raramente mi è capito di associare la sua presenza ad un ascolto inutile… sta di fatto che, sia che si tratti di un nuovo disco di Slash & The Conspirators o degli Alter Bridge, così come dove c’è quella pasta c’è casa, dove ci sono Myles e Mark (Tremonti) sai che in un modo o nell’altro quei tre quarti d’ora di buon rock ti verranno serviti. Ed a riprova di come questa band si sia sempre distinta per qualità e quantità, anche grazie alla virtuale infallibilità in sede live, ricordo ancora il mini-speciale che metallus.it dedicò ai venti migliori brani della formazione americana, scelti e commentati ad (in)sindacabile giudizio della redazione in occasione dell’uscita di “The Last Hero” nel 2016. Allo stesso tempo, va comunque notato che – benchè conosciuta – questa realtà non ha probabilmente mai assaporato il successo che a detta di molti avrebbe meritato: vuoi per la necessità di doversi smarcare dalle proprie origini grunge (con tre dei suoi membri che provenivano dai Creed), vuoi per un certo understatement che ha spesso messo in relazione gli Alter Bridge con una dimensione intima e refrattaria, o piuttosto ancora per un’etichetta alternative che negli anni ha finito col comprendere un po’ troppe cose e tutte assieme. Messo dunque il cuore in pace, rimane da scoprire come si collocherà questo “Pawns & Kings” all’interno di un percorso avviato ad Orlando quasi venti anni fa e snodatosi lungo sette tappe – limitando il conteggio agli album realizzati in studio – che nella maggior parte dei casi hanno offerto una qualità superiore alla media.

Fin dalle prime battute, il nuovo disco si presenta bello tosto e compatto, fondendo delle ritmiche di stampo new metal (che definire “rocciose” sarebbe tanto banale quanto efficace) con il tocco inconfondibile di Kennedy, spesso declinato su base ancora più dolce per amplificare il contrasto tra le parti. Con un focus sui temi dell’autostima, dell’accettazione e della salute mentale, tanto attuali quanto sul pericoloso punto di diventare inflazionati, la traccia di apertura introduce bene alle atmosfere di un disco che fa del suo sound pesante e delle sue articolazioni veloci quei tratti distintivi che in fondo ci aspetteremmo: tra canzoni dalle strofe più tormentate che trovano una risoluzione corale nei ritornelli (“Dead Among The Living”) ed altre di ascolto più immediato (“Silver Tongue”, “Holiday”), non c’è alcun dubbio che la formazione americana abbia tutta l’intenzione di assecondare i propri gusti di sempre, attualizzandoli quel tanto che basta senza tradire né se stessa né i fan. Particolarmente gradevoli risultano così alcuni originali riff di chitarra, come nella liquida “Sin After Sin”, che mischiano un po’ le carte della ballad senza snaturarla, assicurando quel tanto di nervo che indubbiamente permea ogni momento di questo album. Da questo punto di vista il disco non culla né consola, non trascina né ingentilisce una realtà che le sue architetture nervose descrivono con crudo – e talvolta prolisso – realismo (“Fable Of The Silent Son”): pur trattandosi del solito buon disco, l’impressione è che “Pawns & Kings” sia il frutto descrittivo di una gestazione buia e sofferta, di una rivisitazione a tinte grunge nella quale la possibilità di una rinascita rimane tutta da dimostrare ed i temi del rimpianto, della solitudine e della sofferenza finiscono col soffocare ogni breve assolo, ogni vibrazione e pure ogni residua speranza. Qui gli entusiasmi sono contenuti ed i raggi di luce davvero pochi, e sarà proprio per questo che quando arrivano (“Stay” ed una intensa title-track posta inspiegabilmente alla fine) si ha davvero l’impressione di vedere un raggio di sole che filtra dalle tende, e che invita a guardare il cielo prima che sia troppo tardi.

Se una critica si può muovere a “Pawns & Kings”, è che l’album sembra fare molto, forse troppo affidamento sul talento della sua voce per tenere alta l’attenzione, potendo contare su un’interpretazione sia dentro che fuori le righe che in qualche modo dà soddisfazione. Come quando giocavamo a calcio alle medie, e l’unica tattica che conoscevamo era quella di dare la palla al nostro compagno Ermes, che lui aveva i piedi buoni ed in qualche modo avrebbe trovato il modo di arrivare alla porta avversaria. Se però le linee vocali fossero affidate ad un frontman meno talentuoso, episodi come le soporifere “Season Of Promise” e “Last Man Standing” manifesterebbero qualche debolezza in più, finendo col confondersi tra il tanto che scorre e sopravvive soprattutto in campo alternativo. Vicino alla casa di Tremonti c’era questo ponte, situato in Alter Road tra le città di Detroit and Grosse Pointe, che il piccolo Mark non aveva il permesso di attraversare perché i suoi genitori pensavano che gli abitanti che vivevano dalla parte opposta fossero troppo pericolosi. E così questo tratto di strada sospeso finiva naturalmente per rappresentare l’ignoto, la sfida, il pericolo. Allo stesso modo, “Pawns & Kings”, che presenta anch’esso l’immagine di un ponte in copertina, è un album che sembra voler creare un collegamento solido verso un futuro incerto. Aggiungendo una colata grigissima di asfalto con lo stesso appagamento misurato col quale si consolida una carriera, si canticchia una discreta canzone e si conclude una giornata di lavoro.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. This Is War 02. Dead Among The Living 03. Silver Tongue 04. Sin After Sin 05. Stay 06. Holiday 07. Fable Of The Silent Son 08. Season Of Promise 09. Last Man Standing 10. Pawns & Kings
Sito Web: facebook.com/alterbridge

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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