Alestorm – Recensione: Seventh Rum Of A Seventh Rum

Dagli oceani più vasti tornano a cannone gli Alestorm, ciurma anglofona del roster Napalm Records. Seventh Rum Of A Seventh Rum è il settimo lavoro in full length della band, che prosegue sulla falsa linea dell’acclamato Course Of The Crystal Coconut del 2020. Il focus dei cinque resta divertirsi e divertire, portando avanti la gimmick vincente del pirata, sfoggiandone tutta la frivolezza con orgoglio ed ironia. La formazione resta la stessa in pianta stabile da “No Grave But The Sea”, e non posso che esserne felice. Nonostante recenti uscite poco felici (come la chat di gruppo dei Gloryhammer, altro gruppo di Chris Bowes, divenuta pubblica dando una non bella immagine a ciò che succede dietro le quinte), gli Alestorm vantano a livello artistico dei musicisti di rara fattura. Separare l’arte dall’artista? Ognuno la vede a modo suo e di certo non è questo il posto dove discuterne, ne io la persona adatta. Qui sotto esame resta il comparto musicale e, calamaio alla mano, c’è molto da discutere.

Già da “Magellan’s Expedition” si percepisce un ritorno di forma al sound ed alle tematiche più classiche e, passatemi il termine, ‘serie’ che permeavano i primi lavori della band. Percezione stroncata sul nascere da “The Battle of Cape Fear River” che strizza l’occhio al sound più ironico che ha preso il sopravvento con gli anni. Nei primi due pezzi gli Alestorm giocano, a tutti gli effetti, a lucidare un diamante che ormai si sta consumando a furia di passate. Questo non toglie nulla alla qualità delle tracce in se, “Magellan’s Expedition” vola per quanto mi riguarda tra le canzoni più belle nel loro catalogo, con tanto di cori FANTASTICI in latino a chiudere l’opera. Resta però un disperato bisogno di idee. Idee con cui la band aveva flirtato già nel lavoro precedente e con le quali si diletta anche in questo nuovo progetto. Esempio lampante la thrashona “Cannonball” che mostra i denti e vince il premio ‘ritornello migliore del disco’ (“Stick a cannonball up your cunt, put your dick in a blender”, ahia). Sonorità del genere non sono nuove di per se (“Keelhauled” e “Shipwrecked” saltano subito in mente) ma spezzano da subito un lavoro che rischiava di diventare solo un altro compitino di routine. Speranze nel disco alla mano, “P.A.R.T.Y” mi stende. In modo positivo. Credo.
La verità è che il mood del disco ormai si fa chiaro e per l’ennesima volta la ciurma non vuole farsi prendere sul serio. Con questa mentalità, però, il disco inizia a piacermi veramente molto. “Under Blackened Banners” si rifà alle tracce più core della band, scuola “Magnetic North” o “Alestorm”, con un ragionato uso degli screams da parte del tastierista e bevitore accanito di birre Elliot Vernon. Screams che in generale sono molto più presenti rispetto ad altri dischi dei cinque, e che sono sempre piazzati in modo efficiente. L’MVP del disco però è, ad uncini bassi, Mate detto Bobo ed il suo guitar work eccelso. Seriamente, troppa gente ignora la qualità dei musicisti della cricca solo perché la facciata che presentano è ormai a tutti gli effetti un meme, e Bobo lo ribadisce a furia di soli e riffs da far impallidire 3/4 della scena metal attuale. Sempre di gran classe e mai masturbatori, sweeps e fraseggi vari mi hanno veramente tenuto attaccato al disco. Nulla da togliere agli altri pirati ma il guitar work di questo disco è stata una piacevolissima conferma di quanto già si percepiva in uscite passate.
La performance vocale di Chris è esattamente quello che chiunque si aspetterebbe dopo aver sentito anche solo un pezzo degli Alestorm. Niente di speciale, ma decisamente funzionale ed in linea con il tema proposto. Carina l’idea di proporre un ritornello in Ungherese nella impronunciabile “Magyarország”. La title-track cade un po’ nella trappola di inizio disco, perdendosi un po’ nella monotonia ma riuscendo comunque a regalare un ritornello sing along come solo i ragazzi di Perth sanno scriverne. Davvero, prima o poi finiranno le melodie che funzionano così bene nel contesto Alestorm, ma non è questo il giorno. “Bite the Hook Hand that Feeds” (e cheppalle sti nomi lunghissimi Chris, senza riguardo per chi poi dovrà scriverli nelle proprie riflessioni sul disco) glorifica ancora Bobo come uomo partita e avvicina il lavoro alla sua degna conclusione, fatta dal trittico “Return To Tortuga”, “Come To Brazil” (finalmente qualcuno ha chiamato un pezzo così) e “Wooden Leg part III”.
Return…” fa il verso alla “Tortuga” originale del 2020, ma perde alla stragrande il confronto. Quello che rendeva la prima canzone così funzionale era proprio il netto distacco dal sound classico della band (e QUEL riff), mentre la versione modernizzata, che suppongo nasca da un’inside joke tra i membri della ciurma, perde tutto il suo charm. “Come To Brazil” d’altro canto è probabilmente il mio pezzo preferito di questo “Seventh Rum Of A Seventh Rum”, così rapido ed abrasivo, mentre “Wooden Leg Part III” chiude sia il disco che una trilogia fantastica fatta di colpi di scena nipponici ed ispanici, symphonic black metal e schitarrate acustiche. Anche se “Wooden Leg Part II” non si batte. Capolavoro.

Sono combattuto. Seventh Rum Of A Seventh Rum non inventa nulla di nuovo, ma neanche vuole farlo. Gli Alestorm invece calcano la mano su sounds ormai vicini al meritato pensionamento ma elevati a tratti da momenti di pura classe musicale. Anche la produzione è emblematica del resto del lavoro. Ottima, ma ormai standardizzata se non per momenti di mixing in cui elementi come il basso di Gareth Murdock (che già in generale salta poco fuori) si perdono in un mare di strumenti sicuramente ben integrati ma non sempre azzeccati o necessari.
Se c’è una cosa che però non si può togliere alla band è la qualità dei singoli e, in questo progetto soprattutto, una notevole sintonia tra di loro anche in fase di scrittura. Tutti i tecnicismi sono volti ad abbellire il lavoro in se e mai a voler strafare. Piccola nota di merito anche a Pete Alcorn che dietro al kit fa il suo, e lo fa molto bene.
Molte tracce finiscono di diritto nella hall of fame degli Alestorm, ma se la proposta artistica della band stava iniziando a stancarvi, buona fortuna a tirare avanti per 43 minuti di disco. Per chi invece porta a cuore la gimmick, che ormai ha un fascino innegabile, ya ha har laddie!
PS. Copertina dell’anno. Spulciatevi i dettagli che è incredibile!
PPS. Si, nella versione deluxe tornano a grande richiesta le versioni ‘for dogs’ dei pezzi, con cani che abbaiano al posto del cantato.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. Magellan’s Expedition 02. The Battle of Cape Fear River 03. Cannonball 04. P.A.R.T.Y. 05. Under Blackened Banners 06. Magyarország 07. Seventh Rum of a Seventh Rum 08. Bite the Hook Hand That Feeds 09. Return to Tortuga 10. Come to Brazil 11. Wooden Leg (Part III)
Sito Web: https://alestorm.net

Matteo Pastori

view all posts

Nerd ventitreenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login