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Necrophagia – Recensione: WhiteWorm Cathedral

Rispunta la band con la line-up più instabile della storia del metal estremo, quei Necrophagia che vedono il fondatore Frank “Killjoy” Pucci circondarsi di volta in volta di nuovi musicisti per portare avanti il proprio progetto. “WhiteWorm Cathedral”, album che arriva a tre anni di distanza dal precedente “Death Trip 69” è il consueto lavoro di death metal old-school dalle tematiche orrorifiche, schema da cui il gruppo pare non aver intenzione di discostarsi di una virgola. Un disco realizzato anche con una certa perizia e che regala qualche momento piacevole, ma che risulta da subito monotono, noioso e poco originale, sia rispetto al resto della discografia del combo che al proprio interno.

Descriviamo la traccia d’apertura “Reborn Through Black Mass” e vi abbiamo già descritto tutto il platter: intro tratta da un film horror, riff massiccio e ritmica moderata che cede il passo alla velocità solo quando arriva un assolo di chitarra sparato a scheggia, il tutto condito dal growl cavernoso di Killjoy. Provare per credere, ma i pezzi sono proprio più o meno tutti così: la differenza più rilevante può essere il fatto che l’estratto dal film a volte sbuca nel bel mezzo della canzone e non in apertura. Fanno eccezione la riuscita “Elder Things”, potente proiettile death dall’inizio alla fine, e alcuni brani come “Hexen Nacht” e “Rat Witch”, in cui organo e tastiere, quasi sempre presenti in sottofondo, balzano in primo piano a portare un po’ più di varietà. Tutto il resto, a parte la simpatica marcetta “March Of The Deathcorps(e)”, è noia.

“WhiteWorm Cathedral” non è tecnicamente un album brutto, ma tremendamente ripetitivo e poco originale. Nessuno mette certo in discussione l’impegno, la perseveranza e la buona fede di Killjoy, ma release come questa faranno davvero fatica a farsi strada nel marasma di uscite odierno. Solo i più assidui cultori del metal estremo underground e del cinema horror potranno trovare particolare interesse nel disco in questione.

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