Correva l’anno 2001, ero un’adolescente brufolosa che si apprestava ad iniziare la seconda ed orripilante seconda media in preda a bulli e sfottò ma supportata, per la prima volta, da un gruppo di outsider, i Weezer. Totalmente anni ’90, completamente fuori dal mondo moderno e patinato, la band alternative rock dimostrò che anche gli underdog possono farcela e con la loro “Hash Pipe” raggiunsero le grandi radio e TV, furono la colonna sonora di American Pie 2 ma soprattutto diedero una iniezione di fiducia a coloro che si sentivano scoraggiati dal mondo.
Sono passati 25 anni dal fortunatissimo “Weezer (Green Album)” che ha visto susseguirsi moltissime altre composizioni per arrivare ad oggi, nel 2026, con “Weezer (Gold Album)”, ventesimo album nella lunga carriera della band.
Che qualcosa stesse bollendo in pentola era chiaro dal momento che negli scorsi mesi sono usciti i singoli “Shine Again”, “We Might As Well Be Strangers” e “C.E.O”, una perfetta rappresentazione dello stile senza tempo dei Weezer che sembrano aver fermato il tempo tra fine anni ’90 e primi 2000 senza però risultare polverosi e nostalgici.
La parola più calzante è coerenza, ebbene sì! Perchè nella oltre trentennale carriera i Weezer sono riusciti a creare il proprio personale suono identitario, con uno stile estremamente spensierato e perfettamente riconoscibile.
“Don’t Make It Weird” è uno degli esempi più calzanti. Rivers Cuomo sembra essersi fermato al 1992, con la sua voce delicata e che se c’è da andare su, sale! Il suo timbro è la chiave di sol che ben si sposa con l’alternative rock, così come la linea di basso di Scott Shriner, un po’ grunge e scazzata quanto basta per essere un perfetto appoggio per tutta la struttura compositiva.
Spensieratezza e libertà sono tutto ciò che negli anni i Weezer hanno rappresentato, continuando a fare la loro musica a discapito di modelli apparentemente più vincenti e fortunati. “Nowhere” rappresenta in pieno questo mood, con le chitarre di Brian Bell e Rivers Cuomo che duettano e si completano con una semplicità disarmante.
Una menzione speciale va fatta a Patrick Wilson, che in un’epoca fatta da super batteristi iperveloci e con un set composto da 2000 pezzi, dimostra come si possa con semplicità essere tecnici, creare e tenere una linea, entrando nella storia.
“Weezer (Gold Album)” segna il ritorno in scena dei Weezer, che di smetterla non ne hanno proprio voglia e che con energia ed entusiasmo affrontato il palco ed il mondo musicale come nel 1992, anno del loro inizio. E’ un album che non può mancare sia per i nostalgici dei tempi che furono, ma anche per coloro che nei primi anni 2000 si sono sentiti rappresentati, sono sopravvissuti, ce l’hanno fatta e sono qui a sorridere sulle note dei Weezer.