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Septic Flesh – Recensione: Titan

Sembra essere un momento di stasi per i SepticFlesh. A tre anni di distanza dal non troppo brillante “The Great Mass” (la recensione), il combo ellenico torna a far parlare di sé in occasione del nono studio album “Titan” (i dettagli), nuova creatura della band che continua a proporre l’ibridazione tra un metal estremo sfaccettato (per quanto la componente death sia la più forte) e sonorità orchestrali ricche di enfasi.

Prosegue anche la collaborazione con la filarmonica di Praga, un notevole dispiegamento di forze che comprende ottanta esecutori e trentadue coristi. Eppure, se tutto è perfetto da un punto di vista formale, siamo a sottolineare come i brani non brillino per una particolare intensità e nonostante riescano ad affascinare in forza di quel loro inconfondibile contenuto esoterico e lovecraftiano, tendano ad essere simili tra loro quando considerati in una visione d’insieme.

“Titan” è il trionfo di un’estetica plastificata. “Titan” fa si che emergano sensazioni epiche  e wagneriane che si concretizzano in episodi irrorati da arrangiamenti orchestrali la cui enfasi, così forte, scade purtroppo a tratti in una magniloquenza persino eccessiva e “kitsch”, per quanto il bagaglio tecnico degli artisti e la confezione del lavoro siano assolutamente inattaccabili. Il platter bilancia dei momenti di metal estremo che spesso guardano al periodo primigenio del gruppo, un death/black metal talvolta veloce ed incisivo, talvolta lento, rarefatto, spezzato poi dai passaggi sinfonici che costruiscono dei momenti a sé stanti piuttosto che amalgamarsi con tutto il resto.

Naturalmente l’album non è da scartare nella sua totalità, forti di un’esperienza di oltre due decenni, i SepticFlesh riescono comunque ad infilare alcuni brani di spessore, sebbene il livello non resti sempre assestato. Le reminiscenze frostiane e il mood esoterico di “Burn” ricordano i tempi migliori, l’avanzare lavico di “Dogma” e ancora la titletrack, solenne ma non gonfia, mostrano a tutti come il gruppo greco possieda ancora una certa stoffa.

Peccato però che l’ascolto non brilli di continuo ma mostri alcuni nervi scoperti. “Titan” è tanto grande da un punto di vista esecutivo e nella forma quanto cedevole nella sostanza.

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