The Doormen – Recensione: The Truth In A Dark Age

Attivi fin dal 2011, quando pubblicarono l’omonimo debutto, i Doormen sono un quartetto di Ravenna che nel corso della sua esistenza ha condiviso il palco con Subsonica, Ash, The Vaselines, Ministri, Blood Red Shoes, Art Brut, Tre Allegri Ragazzi Morti ed altri nomi di spicco della scena indie/alternative italiana e non solo. Con “The Truth In A Dark Age” il quartetto oggi composto da Vincenzo Baruzzi (voce e chitarra), Luca Malatesta (chitarra ed effetti), Tommaso Ciuoffo (basso) e Serena Castellucci (batteria, loop e synth) aggiunge un quinto tassello discografico che loro stessi definiscono più morbido ed intimo, “un momento di intensa riflessione personale creato in una sorta di capsula fuori dal tempo”, un’ipnotica girandola di suoni e parole fatta per cullare, avvolgere ma anche stimolare qualche non banale riflessione. Lungo poco meno di ventotto minuti, nonostante gli otto brani in scaletta, il disco può essere definito a tutti gli effetti un concept album, con i suoi brani che ruotano attorno al personaggio ‘The Freak’, un supereroe che si dedica alla caccia di più prede possibili, al fine di imprigionarle e privarle del loro amore. Un personaggio oscuro e sfaccettato che, trovandosi isolato e dovendo fare finalmente i conti con le proprie paure, intraprende un percorso di analisi alla ricerca della sua sofferta Verità. Il racconto si apre dunque con una “Night Shift” vellutata e di diretta ispirazione new-wave, nella quale sono gli arpeggi di chitarra e la voce effettata di Vincenzo a creare un tappeto sul quale, nella parte finale, si inserisce un bell’intermezzo strumentale di consistenza leggermente più ruvida. Tra Nick Cave e Depeche Mode, alternative rock di fine anni Ottanta ed echi noise, la successiva “Silence” diminuisce in durata ma aumenta in piglio, proponendo una strofa di ispirazione più punk che sfocia in un ritornello semplice ma efficace.

E sono proprio semplicità ed efficacia a rappresentare alcune tra le dote migliori di questo lavoro che, composto a quattro mani durante i tempi della pandemia, assume gradualmente le fattezze di una presa di coscienza, di una maggiore consapevolezza, di un momento di vuoto pneumatico che diventa (anche) occasione di crescita ed evoluzione. Lo si intuisce da un’interpretazione che, benchè sempre compassata, non è mai priva di nervo e di energia: a volte ci pensa un effetto a ravvivare la scena, a volte un piccolo assolo, a volte ancora un’interpretazione vocale più vibrante… quasi a tratteggiare un modo di suonare new-wave o shoegaze intriso di quegli elementi viscerali e terreni che specialmente nella spontaneità della Romagna trovano un terreno fertile. Per una “A Freak” che è come una deliziosa filastrocca posta a metà degli ascolti, troviamo una “Glass Factory” che, forte della sua durata più estesa, si concede qualche estemporanea schitarrata, qualche elemento di maggiore rottura e – proprio in virtù del minutaggio più esteso – anche un testo più elaborato ed evocativo. Sapientemente, è tutta la band a cambiare registro quando il momento lo richiede, ed il disco ha il pregio di racchiudere tra i suoi solchi anche questi momenti di affiatamento e coesione, questi spostamenti di peso e di attenzione, questi attimi di trasporto che da un semplice suono isolato (e riverberato) trovano il  modo di diffondersi e contagiare l’intera scena sonora.

The Truth In A Dark Age” costituisce il lavoro di una formazione matura che, in questi tempi di auspicata rinascita, sceglie di insistere su una formula affinata nel tempo (“September”), facilmente riconducibile ad altri artisti ma al tempo stesso dotata della flessibilità sufficiente per concedersi qualche diversivo, qualche tocco più personale, qualche dettaglio sonoro (“Old Man” utilizza una vecchia drum machine Roland 707) capace di completare un quadro consapevole della sua ripetitività, ma non per questo meno convincente. Un quadro che nasce da contrasti ricomposti ed esperienze internazionali, background musicali distinti ed amore per il vinile, lezioni di vita e porte che si chiudono, perché altre più grandi possano aprirsi in futuro. Se questo disco rappresenta bene la verità del periodo oscuro nel quale è stato composto, rimane la curiosità di vedere la band di Ravenna alle prese con quella normalizzazione che, se da un lato potrebbe offrire meno suggestioni all’animo malinconico dell’artista alternativo, dall’altro porterà in dote l’occasione per una fruttuosa contaminazione tra vecchie ombre e nuove luci.

Sai perché mi sta sul cazzo Spotify? Perché se lo ascolti lì sopra ha un suono bello, ma se lo ascolti su disco è diverso: è meglio, ha un’altra grana.
(Luca)

Etichetta: MiaCameretta Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Night Shift 02. Silence 03. Weeping Sins 04. A Freak 05. Glass Factory 06. Old Man 07. September 08. Your Shape Pillow
Sito Web: facebook.com/thedoormenband

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi