Pink Floyd – Recensione: The Endless River

Tutto è cominciato la scorsa estate da un tweet di Polly Samson, moglie di David Gilmour, che anticipava un imminente nuovo album dei Pink Floyd, vent’anni dopo “The Division Bell”. Da lì è stato un crescendo di notizie, indiscrezioni, commenti, fino all’uscita vera e propria del disco, che troveremo da oggi nei negozi.

Non aspettiamoci più di quanto dovuto. “The Endless River” (i dettagli) è fin dalla suggestiva copertina l’ultimo sentito omaggio di Gilmour e Nick Mason all’amico Richard Wright, il geniale tastierista che rappresentò parte dell’essenza del sound floydiano. I brani sono recuperati dalle session di “The Division Bell”, riarrangiati e con l’aggiunta di alcune parti vocali, per quanto la natura del disco sia quasi esclusivamente strumentale.

“The Endless River”, che con ogni probabilità andrà a chiudere definitivamente la carriera del leggendario gruppo inglese, raccoglie quattro suites divise a loro volta in più movimenti dove emerge un dialogo tra gli strumenti che va a creare atmosfere dilatate a cavallo tra progressive rock e psichedelia. Ciò che possiamo sentire è una musica estremamente familiare, sono episodi dove i Pink Floyd si citano e tributano il peso storico con la classe che è a loro riconosciuta.

Fin dalle aperture cinematografiche di “Things Left Unsaid” notiamo come “The Endless River” sia una sorta di mosaico che va pescare dalla discografia lasciando anche spazio a un’improvvisazione poi in parte riveduta dal successivo lavoro in studio. Se guardiamo in faccia la realtà capiamo come questi non siano i Pink Floyd migliori e i brani che rimangono davvero impressi non sono poi molti. In fondo lo sapevamo, ma è altrettanto vero come il gruppo si citi con buon gusto evitando la mera copiatura.

Piacciono “Skins”, una breve parentesi dai tratti tribal dove le percussioni di Mason e le tastiere di Wright si mischiano in un’armonia cupa e lisergica. “Anisina” (ascolta QUI il brano) è un buonissimo esempio dei Pink Floyd del dopo Waters, con intrecci barocchi e il sax notturno dello special guest Gilad Atzmon a guidare il brano. Le due parti di “Allons-y” mettono in luce un Gilmour decisamente più rocker ed incisivo, le chitarre graffiano e anche la batteria accelera il ritmo per poi sfociare in “Talkin’Hawkin’”, che recupera la “Keep Talking” di “The Division Bell” dove già appariva la voce sintetizzata dello scienziato inglese Sthephen Hawking, qui ripresa per un breve pezzo siderale e psichedelico.

Si chiude con il singolo “Louder Than Words” (che potete ascoltare QUI), l’unica vera e propria canzone, un episodio prevedibile ma altrettanto piacevole ed emotivo che ricalca gli ultimi Floyd alla perfezione. Scritta da Gilmour e dalla moglie, è interpretata con intensità dal nostro, che recita un testo (We bitch and we fight / But this thing that we do / It’s louder than words / The sum of our parts / The beat of our hearts / It’s louder than words) un po’ retorico forse, ma sincero.

Ci congediamo senza esprimere un giudizio numerico, ribadendo come l’album sia un tributo all’essenza floydiana e un ultimo saluto al mai troppo compianto Wright. Il disco vi potrà emozionare ma sotto alcuni aspetti deludere per la sensazione di deja vu che lo percorre. A voi la scelta, Signore e Signori.

 

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Columbia Records

Anno: 2014

Tracklist:

01.  Things Left Unsaid
02.  It’s What We Do
03.  Ebb And Flow
04.  Sum
05.  Skins
06.  Unsung
07.  Anisina
08.  The Lost Art Of Conversation
09.  On Noodle Street
10.  Night Light
11.  Allons-y (1)
12.  Autumn ’68
13.  Allons-y (2)
14.  Talkin’ Hawkin’
15.  Calling
16.  Eyes To Pearls
17.  Surfacing
18.  Louder Than Words


Sito Web: http://www.pinkfloyd.com/theendlessriver/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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  1. Roby

    …ma Stephen Hawking non è inglese?

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