Spread Eagle – Recensione: The Brutal Divine

Non esattamente prolifici, gli Spread Eagle. Originari di Boston ma ufficialmente formati a New York nei primi novanta, gli americani hanno infatti pubblicato solamente tre album in trent’anni, complice una lunga pausa alla quale la band fu costretta a causa di problemi di formazione e – soprattutto – dell’impetuoso avvento del grunge. Noi li avevamo lasciati nel 2019, in occasione dell’uscita dell’ultimo lavoro, pubblicato da Frontiers: “Subway To The Stars” era “un album di hard rock incisivo, diretto e senza fronzoli” che aveva lasciato il segno, anche grazie al contributo determinante del chitarrista e virtuoso italiano Gianmaria Puledda – e che in qualche modo faceva intuire le potenzialità di un quartetto ancora in grado di comporre e suonare buona musica con notevole ed immutato piglio. E’ quindi con una certa dose di curiosità che accogliamo il nuovo capitolo intitolato “The Brutal Divine” che, se anche non intende distaccarsi stilisticamente dall’hard rock di stampo classico così tradizionalmente affine ai gusti del quartetto, promette ancora una volta un misto di potenza, dinamica e melodia dei quali gli amanti di queste sonorità (per la verità piuttosto numerosi dalle parti di metallus) non potranno mai dirsi del tutto sazi. La presentazione asciutta dell’album, che sarà disponibile anche in uno scintillante vinile di colore rosso, invoglia al suo ascolto immediato, e così tocca alle note dell’opener “Flat Earth Vultures” rimediare alla mancanza di ulteriori convenevoli. Sulle prime nativa ed evocativa come “Indian Medicine Man” (2012) dei nostrani Bad Bones, questa prima canzone si trasforma ben presto in un incalzante e pastoso heavy di stampo classico, reso interessante dall’elegante bridge – ispirato al progressive – che precede il ritornello.

Parliamo d’altronde di una traccia di cinque minuti e mezzo che trasuda classic già a partire dalla sua estensione: pur senza concedere nulla in termine di approccio ed impatto, che rimane sempre efficace fino a lambire i confini del punk (“Street Noise”), è evidente come la costruzione degli Spread Eagle avvenga sempre dal basso (per usare una metafora calcistica), con quella sicurezza e sperimentazione negli accostamenti che tanti anni di strada e concerti non possono non darti. L’impressione non è mai quella di uno sviluppo scontato: su una intelaiatura che è e rimane fondamentalmente heavy (“Gunflower”) si avvitano riff complessi, momenti contrastanti che si alternano come atti di musica classica, voci che appartengono a piani diversi ed assoli di nervo rock’n’roll lasciati liberi di viaggiare, come oggi succede raramente. Più si procede, più ci si accorge di come “The Brutal Divine” abbia questa strana caratteristica di suonare vecchio eppure fresco, fermo a più di trent’anni fa eppure dotato di un nervo ed uno scompenso (“Jail Rat”) che oggi si vede sempre più raramente. Il profumo è quello di un’assoluta libertà compositiva, di una mancanza di rifinitura che non pregiudica l’atmosfera, di una coerenza stilistica che si solidifica traccia dopo traccia, anche grazie alla riuscita delle stesse aperture melodiche che sette anni fa avevamo definito ipnotiche. Bene, possiamo affermare che gli Spread Eagle non hanno perso il tocco, ed anche in questa occasione si dimostrano in grado di mettere insieme una schiettezza senza filtri alla Warrior Soul (“Salutations From The Ghetto Nation” e quell’irripetibile 1992) con momenti ispirati all’hard più classico di UFO, Uriah Heep o Deep Purple.

La loro è una collocazione più laterale che mediana, che a tratti richiama Hendrix e The Doors, caratterizzata da una disciplina meno ferrea, da una libertà sposata con entusiasmo dal publisher italiano, da brani troncati all’improvviso ed altri che si affidano totalmente al sostegno delle sei corde (“Pushed To The Limit”), come si faceva una volta, divertendosi. Se c’è una cosa che non manca alla quarta opera degli Spread Eagle, questa è sicuramente la personalità: il loro è ancora uno stile unico e privo di compromesso, che trasuda sicurezza alla faccia della ridotta produzione discografica, che ha trovato la sua forza sui palchi e sulle strade di un’America che per anni hanno percorso instancabilmente in lungo e in largo. “The Brutal Divine” fa insomma sempre e comunque quello che gli pare (“Ant Farm” ha il vago sapore del garage rock), con una produzione interna e lineare affidata al bassista Rob De Luca e la capacità di rimettere tutto in ordine con una bella melodia (“Scars In Our Eyes”, “Makebeliever”) in un finale assertivo e quando meno te lo aspetti. Non si tratta di uno spettacolo grandioso o scintillante, perchè qui il peso dato all’apparenza è prossimo allo zero: questo è un disco ruvido e di sostanza dal fascino anacronistico, che pur non concedendo nulla al gusto ed al calcolo contemporaneo dimostra di possedere ancora un senso, un orgoglio ed un messaggio.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2026

Tracklist: 01. Flat Earth Vultures 02. Street Noise 03. Gunflower 04. Jail Rat 05. Forbidden Local Honey 06. Pushed To The Limit 07. Ant Farm 08. Scars In Our Eyes (City Kids) 09. Inside A Shrunken Head 10. Makebeliever
Sito Web: facebook.com/spreadeaglenyc

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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