Prime Creation – Recensione: Souls Of The Fallen

Nati nel 2015 sulle ceneri dei power metaller Morifade, gli svedesi Prime Creation hanno saputo costruire una carriera solida, nonostante la forzata battuta d’arresto dettata dal Covid. Se infatti si escludono i progetti per un grande tour cancellato nel 2020, il quintetto fronteggiato da Esa Englund si è sempre contraddistinto per una fervente attività che li ha resi protagonisti di un’intensa attività live ed autori di tre album – tutti accolti favorevolmente – ai quali si aggiunge oggi il nuovissimo “Souls Of The Fallen”, secondo in ordine di tempo tra quelli pubblicati dall’etichetta greca Rock of Angels Records (ROAR). Il principale motivo d’interesse legato a questa uscita è che i Prime Creation propongono quel modern scandinavo che, così, a pelle, sembra oggi sempre più difficile da scovare. Una volta considerato all’avanguardia, un po’ come il melodic death di Goteborg, il genere al quale anche i Bloodbound hanno inizialmente attinto sembra oggi cedere il passo a forme più ibride, con la combo “power/progressive” che talvolta sembra solo un modo più elaborato di descrivere quello che, a conti fatti, si presenta come un brillante hard n’ heavy in salsa moderna. Composto da otto tracce e disponibile anche in vinile, il succinto “Souls Of The Fallen” (trentasei minuti) si apre dunque con una “Galactic Rebirth” dalla strofa heavy, il bridge doom ed il coro epic, con una spruzzata di elettronica a tenere insieme il tutto: nonostante la descrizione bizzarra e probabilmente inaccurata, l’insieme funziona molto bene, con i suoi tre minuti e trenta che ne confermano l’immediatezza quasi radiofonica.

Il coro che precede gli ultimi ritornelli non fa altro che confermare l’impressione di una certa libertà e freschezza compositiva, che slega la proposta svedese da gran parte degli schemi e dei dettami power: la loro modernità si esprime ad esempio nel modo in cui alcune strofe risultano piene di silenzi (“Ghosts”), salvo poi essere riempite dalla voce graffiante di Englund, ben bilanciata dalle voci pulite che lo supportano nel corso delle parti più cantabili e trascinanti. Benchè non troppo strombazzate, al disco non mancano neanche contaminazioni cinematografiche e sospensioni tipiche del doom, assoli di chitarra mutuati dall’heavy più classico e ritmiche consistenti, con la batteria di Kim Arnell che assicura esattamente quel tipo di varietà in grado di mantenere il mid-tempo dominante sempre fresco, pieno, irresistibilmente dinamico. Come si conviene ad uno stile che, come detto, viene accostato al progressive senza però presentarne nessuna delle asperità nè delle sperimentazioni, lo sviluppo del disco è lineare, divertente, disimpegnato, modern nel senso che – almeno di primo acchito – nessuna delle sue componenti aspira allo status di classico.

Le sue note incalzanti trasmettono quell’idea di irrequietezza che vale oggi ma domani chissà, ispirate da un’osservazione contemporanea, contingente, nella quale i ritratti si susseguono veloci, come le note delle sei corde affidate a Robin Arnell e Rami Tainamo. La circostanza che la title-track sia uno degli episodi più scuri, pesanti e ritmicamente interessanti, con qualche reminiscenza dei primi Thunderstone, conferma quella differenza che sotto sotto rende i Prime Creation per certi versi unici nel panorama del metallo moderno: la parte centrale del disco, con due brani che insieme totalizzano oltre undici minuti, rappresenta una scalata impegnativa alla quale le melodie delle prime canzoni introducono con gradualità, ma che conferma la capacità degli svedesi di sondare anche altri e più sfidanti territori… nonostante, ma è molto personale, io abbia trovato più convincenti le composizioni più dirette e di spensierato consumo come “Lost Legacy”.

Il fatto che comunque i nostri sappiano tratteggiare con ammirevole efficacia anche l’altra faccia della luna (come confermato dal secondo pezzo impegnativo del lotto, ovvero la pallida e riuscita “Prime Creation”) dona ulteriore profondità alla loro proposta, costruisce un discorso e conferma tutte le impressioni lasciate fino ad oggi da una discografia che merita di essere riscoperta. Nonostante il minutaggio ridotto, che alla luce di quanto ascoltato è davvero un peccato, perchè di questi Prime Creation così ispirati si sarebbe voluto ascoltare di più, “Souls Of The Fallen” è un album di grande impatto, solido, capace di rispettare con un bilanciamento ottimale tanto le attese degli affezionati del buon vecchio modern quanto il desiderio di presentare racconti più elaborati, come quelli posti sul vinile in chiusura del primo lato ed in apertura del secondo, quando non propriamente epic (con una potente “Legends Never Die” degna dei migliori Orden Ogan). Prodotto con grande mestiere da Niels Nielsen (Ghost, In Flames, Magna Carta Cartel…), il quarto lavoro del quintetto scandinavo dimostra che lo swedish metal è vivo e vegeto, ed il suo fresco approccio semplicemente perfetto per le calde notti d’estate che ci attendono con un ghigno, proprio dietro l’angolo.

Etichetta: ROAR

Anno: 2026

Tracklist: 01. Galactic Rebirth 02. Ghosts 03. Blood Harvest 04. Souls of the Fallen 05. Alliance 06. Lost Legacy 07. Legends Never Die 08. Ashes of Trust
Sito Web: facebook.com/primecreationofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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