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Septic Tank – Recensione: Rotting Civilisation

Molte cose sono cambiate nella vita di Lee Dorrian da quando per la prima volta il nostro è apparso sulle scene urlando come un disperato le invettive dei Napalm Death. Ma al ragazzo di Coventry, all’epoca poco più che ventenne, tutto questo non bastava, c’era bisogno di fare qualcosa di più. Nacquero i Cathedral, nacque la voglia di tornare a raccontare quella storia che “profumava” di Birmingham e Black Sabbath. Il gioco funzionò per un ventennio, fino al 2013, quando Lee decise che i Cathedral erano cosa morta e dovevano tornare nel buio e rimanere un mero ricordo.

Si danzò l’ultima volta con “The Last Spire”, prima del lungo addio, prima del recupero delle origini. Ritrovati chissà dove i Septic Tank, Lee ha deciso di riprendere a scudisciare la sonnolenta albione, miscelando ancora una volta in musica la passione per numi tutelari come Discharge, Motörhead ed Extreme Noise Terror. Quindi harcore – punk, profondamete influenzato dalla politica e dalla visione nichilista di Dorrian che non perde tempo e subito parte aggredendo l’ascoltatore. Ed è proprio la canzone a portare il nome della band a “presentare” agli ascoltatori il frutto della ritrovata/rinnovata collaborazione tra Dorrian, Gary Jennings (chitarra) e Scott Carlson (basso). Tutti ex Cathedral per una famiglia che a modo suo si riunisce.

C’è poi una canzone come “Treasures Of Disesase” che inganna l’ascoltatore, sembra partire doom ma poi aggredisce l’ascoltatore con una furia punk degna dei tempi passati ad urlare pure i polmoni nei Napalm Death. Dorrian infatti colpisce nel segno indagando – nel suo personalissimo modo – la società occidentale e le sue storture, le sue follie di società civilizzata e drogata spesso e volentieri da media menzogneri. Manifesto di questo pensiero la cruda “Social Media Whore”, che estremizza la via dei Ramones e la riprogramma in chiave moderna e fortemente politicizzata.

Se “Victimised” e “Walking Asylum” sono la parte Discharge dell’album, è innegabile non ritrovare come radice profonda anche quella dedicata al caro vecchio Lemmy. I Motörhead sembrano quasi essere vivi e pulsanti in una canzone come “Digging Your Own Grave”, che martella con successo le orecchie di chi ascolta.

A dare ancora più energia al tutto, una produzione volutamente scarna, con suono secchi e taglienti come un vetro rotto. Una scelta solo apparentemente discutibile, ma che ben si innesta con la “politica” messa in campo di Septic Tank. Questo perché una canzone folle e sofferta come “Death Vase” non avrebbe avuto senso con una produzione perfettina e scintillante. Qui è volutamente tutto studiato nei minimi dettagli, volutamente scarno, volutamente tagliente. Una scelta “pensante” per una band che potrebbe regalarci delle sorprese. Ora resta da concretizzare la proposta, renderla costante e martellante senza dover aspettare anni tra un disco e l’altro.

Convincente ed inaspettato. Un disco non solo per una cerchia ristretta di “cultori” della scena punk/hardcore, ma che potrebbe interessare anche al metallaro dalla mente più aperta. Dategli una chance.

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