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Hammerfall – Recensione: (r)Evolution

Che gli Hammerfall siano nella parabola discendente della propria carriera è un dato di fatto. Il boom di fine anni novanta con la doppietta “Glory To The Brave” e “Legacy Of Kings” sembra essere un lontano ricordo ed ormai i passi falsi hanno superato di gran lunga i dischi memorabili. La band svedese, quindi, con l’ultimo “Infection”, aveva cercato di cambiare le carte in tavola per dare nuova linfa al songwriting, ma il risultato finale aveva fatto storcere il naso a fans e critica. Per questo motivo, per rimettersi in carreggiata e riacquistare la fiducia dei fedelissimi, con il nuovo “(r)Evolution”, Oscar Dronjak e soci hanno pensato bene di tornare sui propri passi, dando alle stampe un lavoro che va a ripescare l’heavy power epic degli esordi.

Ma la magia dei bei tempi andati si è ormai affievolita, parzialmente sopperita da esperienza e mestiere. Che non bastano, però, a rilanciare gli Hammerfall. “(r)Evolution” inizia, a dire la verità nel migliore dei modi, con “Hector’s Hymn” (qui il video), opener battagliera ed intensa, resa grande nei suoi sei minuti di durata da un riffing fragoroso e da un bridge corale. La voce di Joachim Cans è squillante e particolare, come sempre del resto, è chi non l’ha mai digerita in passato, difficilmente cambierà idea adesso. La title track ed il singolo “Bushido” non brillano per originalità, presentando refrain di scuola Manowar e Grave Digger assolutamente prevedibili, così come risulta loffia ed assai poco ispirata la ballad epica “Winter Is Coming”. Gli Hammerfall si riscattano parzialmente con la power oriented “Origins”, particolare grazie agli stacchi di calvicembalo ed alla tambureggiante “We Won’t Back Down”, più vicina all’ heavy teutonico nelle melodie. La produzione è squillante e limpida, fin troppo, perché un sound così spinto sulle frequenze alte rischia di perdere in potenza ed energia.

“(r)Evolution” è un album creato ad hoc per i fans. Riffoni di chitarra, cori epici, passaggi marziali ed accelerazioni ritmiche sono al proprio posto, ma il senso di deja vu è davvero troppo forte in parecchi momenti dell’ascolto. Chiedere una rivoluzione agli Hammerfall era pretendere troppo, ma almeno un’evoluzione nel songrwriting, da un big di questo calibro era lecito attenderla. Purtroppo non è bastato richiamare il grande Andreas Marschall per realizzare l’ennesimo artwork memorabile per innalzare il disco oltre la sufficienza.

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