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Flotsam And Jetsam – Recensione: Rats In The Temple

Arrivati al sedicesimo album in studio, i Flotsam And Jetsam hanno ormai ben poco da dimostrare. La vera sorpresa, semmai, è constatare come la band riesca ancora oggi a realizzare dischi capaci di confrontarsi senza timori con la propria storia. “Rats In The Temple” si inserisce infatti nel filone della positiva fase attraversata dal gruppo nell’ultimo decennio, senza limitarsi a riproporne la formula in modo meccanico e con qualche (piccolo) elemento di diversità dalle uscite precedenti.

La base rimane naturalmente il thrash metal, ma attorno ad essa convivono elementi di power e heavy metal, una certa attenzione per la melodia, qualche soluzione più tecnica e momenti caratterizzati da un groove più marcato. Una varietà che non è sinonimo di originalità, visto che si tratta di una formula tipica per la band, ma che appare comunque mai fine a se stessa, quanto funzionale ad un’efficacia dei singoli brani che rimane al centro della scena.

L’apertura affidata a “Harvesting The Hate” è indicativa delle intenzioni del disco. Il brano parte con decisione e mette subito in evidenza la voce di Eric A.K., da sempre uno degli elementi più riconoscibili delle band. Il suo registro acuto conserva la componente melodica, ma non rinuncia a una certa ruvidità, dando ulteriore personalità ai brani. Sul fronte chitarristico, Michael Gilbert e Steve Conley costruiscono una buona alternanza di riff, armonizzazioni e assoli, muovendosi con disinvoltura tra il thrash più diretto di “Absolution” e soluzioni più articolate come quelle della title track, probabilmente uno degli episodi più incisivi del lotto.

Il disco non mantiene però sempre lo stesso livello di aggressività. “The Ghost Behind My Door” ripara, soprattutto nella linea vocale, verso atmosfere più cupe e vicine al power metal, mentre “Blame The Knife” punta su ritmi pesanti e cadenzati. Al contrario, “A Taste For War” assume un andamento più groovy e melodico, che a tratti ricorda addirittura qualcosa dei classici Queensrÿche, mentre “Her Blood Your” Pain evidenzia una componente più power metal melodico, senza perdere il peso dell’impianto sonoro.

Anche la sezione ritmica svolge un lavoro di primo piano. Il magistrale Ken Mary alla batteria e William Bodily al basso formano una base precisa e potente, capace di sostenere tanto le accelerazioni quanto i passaggi più pesanti senza appesantire inutilmente le composizioni. È proprio questo equilibrio tra velocità, aggressività e melodia a rappresentare uno dei punti di forza del disco.

Qualche perplessità arriva invece dalla produzione. Non tanto per qualità della stessa, ma per la persistenza di scelte che tendono ad omologare i dischi metal contemporanei in modo eccessivo. Il suono è potente, moderno e sufficientemente aggressivo, ma anche piuttosto compresso e “bombastico”. In alcuni passaggi le chitarre perdono parte della nitidezza, finendo nel pastone del wall of sound, e alcuni arrangiamenti emergono meno di quanto meriterebbero. Soprattutto in album così articolati e curati a livello strumentale, una maggiore attenzione alla dinamica e definizione del dettaglio avrebbe probabilmente valorizzato ulteriormente una prestazione che, sotto questo aspetto, ha tutte le carte in regola per brillare più di quanto faccia già.

Nel complesso, “Rats In The Temple” conferma comunque la vitalità di una band che non sembra avere alcuna intenzione di vivere esclusivamente di nostalgia. Non siamo certamente di fronte a un nuovo classico, anche per la presenza di qualche episodio meno riuscito, ma il buon equilibrio tra velocità, melodia e aggressività permette a “Rats In The Temple” di raggiungere comunque un risultato convincente. Tra le band in circolazione con una storia di pari lunghezza, i Flotsam And Jetsam sono sicuramente da annoverare tra quelli con la salute migliore!

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