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Luca Turilli’s Rhapsody – Recensione: Prometheus, Symphonia Ignis Divinus

L’evoluzione del kolossal hollywoodiano. Così come Peter Jackson, Steven Spielberg, Ridley Scott, Christopher Nolan, in ogni nuovo film spingono sempre più nell’uso di effetti speciali e 3D, così anche Luca Turilli cerca di non arrestare l’evoluzione del sound dei suoi Rhapsody disco dopo disco. E quando il compositore ed arrangiatore triestino (è ormai riduttivo definirlo “solo” un chitarrista) sembra aver raggiunto il limite oltre il quale il symphonic metal non può arrivare, con l’album successivo riesce a stupirci di nuovo, alzando ulteriormente l’asticella compositiva e degli arrangiamenti. “Prometheus, Symphonia Ignis Divinus” è il degno ed ambizioso successore del fantastico “Ascending To Infinity”, uscito tre anni or sono e primo lavoro con la nuova lineup con Alessandro Conti alla voce.

Molti non lo credevano possibile, invece i Turilli’s Rhapsody sono riusciti a compiere un passo ulteriore, rendendo il proprio sound ancora più corale, magniloquente, operistico ed orchestrale. Ci troviamo di fronte ad una band unica, che è autrice di un genere a sé stante, sempre più vicino alla colonna sonora, all’opera teatrale e lirica, talmente è ricco di passaggi di musica classica imponenti, intrecci vocali, minuziosamente architettati dalla mente del geniale chitarrista (qui l’intervista). La lingua italiana, a dispetto dei detrattori che storcevano il naso una decina di anni or sono, ai primi tentativi dei Rhapsody di inserire porzioni di testo all’interno delle song, ha ormai quasi raggiunto l’inglese. E la cosa, se da un lato non ci sorprende più, dall’altro fa parte di un contesto compositivo talmente naturale, da sembrare ormai necessario per la buona riuscita dei brani. E così l’opener “Cigno Nero” è un gioello sinfonico cantato in lingua madre, tra eleganti passaggi sui tasti d’avorio ed una coralità in grado di fondersi alla perfezione con le linee melodiche di un Conti ormai indiscusso protagonista della scena. Il singolo “Rosenkreuz (The Rose and the Cross)” riprende gli stacchi tanto cari ai Rhapsody del passato (quelli di “Holy Thunderforce”), ma riesce a rendere raffinata ed intensa una canzone che, tra synth space ed interventi barocchi, potrebbe essere inserita tranquillamente all’interno della colonna sonora di un nuovo “Star Wars”. “Il Tempio Degli Dei” è probabilmente il momento più esaltante di “Prometheus, Symphonia Ignis Divinus”, la top metal song in lingua italiana di tutti i tempi, dotata di un ritornello in cui Conti raggiunge tonalità incredibili, sorretto dall’orchestra e da una sezione ritmica tambureggiante. Non mancano poi un paio di episodi con atmosfere orientaleggianti (“King Solomon And The 72 Names Of God”), che potrebbero accompagnare un futuro “Prince Of Persia” o un nuovo capitolo di “Assassin’s Creed”, catapultandoci in altre epoche ed in territori circondati da deserti, visir e magie da “Mille e Una Notte”.

Come sempre, quando si affronta un nuovo lavoro dei Luca Turilli’s Rhapsody, ci si deve preparare a vivere un’esperienza unica. “Prometheus, Symphonia Ignis Divinus” è davvero un Film Score, ma nello stesso tempo ogni brano è una hit a sé stante di power symphonic metal, che lascerà molti a bocca aperta. E allora sedetevi in poltrona ed alzate a manetta il vostro impianto, perché quando le vostre orecchie, il vostro cuore, il vostro cervello, saranno investiti dall’imponente musica della band triestina, sarà una sensazione appagante, al pari della visione di un nuovo blockbuster hollywoodiano, arricchito da dolby surround ed occhialini 3D.

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