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Amaranthe – Recensione: Massive Addictive

Non c’è due senza tre: a distanza di appena un anno e mezzo, gli svedesi Amaranthe ritornano con un album già atteso da moltissimi fan. “Massive Addictive” è il nome di questa fatica discografica, che già dalle prime note, dimostra una piccola, ma significativa, novità: al contrario del precedente album, il sound della band, sebbene caratterizzato dal mix di melodic metal, metalcore ed elettronica, questa volta è più variegato. La band ha, infatti, voluto azzardare, inserendo più parti che, in certi frangenti, rasentano le melodie industrial accompagnate da sfumature dance/techno (f.e. “Drop Dead Cynical” e “Danger Zone”). Un’ulteriore ventata di freschezza viene data dall’ingresso del nuovo growler maschile, Henrik Englund Wilhelmsson degli Scarpoint, la cui performance è veramente esemplare: sebbene in brani come “Dynamite” o “Digital World” (considerato finora il miglior brano dell’intero lotto) il singer svedese ricordi molto il suo predecessore, il suo contributo riesce a fornire ancora più spessore e personalità alle tracce grazie soprattutto alla sua versatilità, dove il cantante passa con disinvoltura da uno scream molto old-school e melodico a motivi più groovy. “True” o “Over And Done”, immancabili ballad delle quali ci aspettiamo di vedere realizzato un video, come da tradizione, costituiscono la parte più “soft” e romantica del platter, offrendo il giusto equilibrio e fungendo quasi da “interludi” per le tracce più corpose.

Con grande sorpresa di chi scrive, questa terza fatica discografica supera, in parte, le aspettative. Se i primi due album erano un concentrato di pezzi senza spina dorsale, con questo nuovo lavoro possiamo affermare il contrario: “Massive Addictive” è un album diretto ed eterogeneo che in tempi brevissimi cattura l’ascoltatore dalla prima all’ultima canzone e nonostante le melodie “zuccherose”, il combo di Gotheburg è capace di comporre brani che, volente o nolente, risultano essere coinvolgenti. Gli ingredienti segreti di questa formula potrebbero essere le linee vocali della bella Elize Ryd oppure gli assoli del mastermind Olof Morck; o, semplicemente, le soluzioni musicali di facile comprensione. Non c’è una soluzione univoca al dilemma. Dopo averne elencato i pregi, però, non possiamo esimerci dal dire la nostra sui “difetti” di questo disco: nonostante la proposta della band possa essere apprezzata per le armonie orecchiabili e i brani a effetto, la penuria di elementi originali potrebbe lasciare insoddisfatti gli ascoltatori più esigenti. La voce maschile pulita di Jake E, inoltre, risulta marginale agli occhi di alcuni, mentre per altri rimane un elemento caratterizzante; altri ancora credono che la potenzialità del cantante non sia pienamente sfruttata, per lasciare spazio alle voci principali.

Detto questo, posto che il voto finale deriva semplicemente da una serie di constatazioni, la redazione vi invita comunque all’ascolto (e se volete all’acquisto) dell’album preso in analisi, poiché considerato un passo in avanti per la band e nonostante la premiazione, ci aspettiamo ugualmente un ulteriore album per poter confermare, quindi avvalorare le nostre idee, o invalidare ciò che finora abbiamo accertato.

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