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Faun – Recensione: Luna

Ciò che da sempre ha distinto i Faun nell’ambito della musica folk è la loro dedizione ad essa nei tratti più colti, attraverso un panorama lirico ricercato e il ricorso a strumenti di ampio spettro e provenienza: bouzouki, hurdy-gurdy, archi, fiati e percussioni di varia tipologia. La musica dei tedeschi è calda e sincera, l’ascolto di un loro album lascia intuire come vi siano ben pochi artifici e le esecuzioni siano naturali.

“Luna”, che già dal titolo apre le porte al lato più intimo e notturno di Oliver S.Tyr e dei compagni di avventura, conferma il valore dell’ensemble, che offre in questa occasione un platter sicuro che non introduce particolari elementi di rinnovo, ma al solito piacevole, romantico e con una marcia in più in un panorama fin troppo pieno di cliché.

L’unica differenza rispetto alla consuetudine è come in “Luna” il gruppo si sia maggiormente concentrato sulla musica popolare europea, tralasciando di fatto le velleità etniche e world à la Dead Can Dance che interessavano ad esempio “Eden” (la recensione). Spazio dunque a un folk dai tratti medievali che guarda in primis alla scuola tedesca, evidente in episodi come “Menuett” e “Hoerst Du Die Trommeln”. L’introspezione non manca, lo notiamo nella dolcezza di “Hymne Der Nacht” e in “Cuncti Simus”, delicata liturgia in lingua latina rivolta al culto mariano.

I Faun puntano però anche sulle melodie indovinate e in grado di essere assimilate fin dal primo ascolto, come insegnano “Walpurgisnacht”, irresistibile saltarello dedicato alla festa di primavera o ancora “Die Wilde Jagd”. “Luna” conferma il valore dell’ensemble e quanto la sua essenza a cavallo tra storia e magia riesca ad essere fresca ed intrigante nonostante il passare del tempo.

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