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Ian Parry’s Consortium Project VI – Recensione: Legacy Of Empires

Grande voce del prog metal e ricordato soprattutto per i suoi lavori con gli Elegy, il britannico Ian Parry ha intrapreso nel 1999 un percorso chiamato “Consortium Project” che, come il nome stesso indica, si proponeva di riunire alcune delle personalità più influenti del mondo progressive per dare vita ad album dalla forte componente cinematica ed epica, per quanto sempre accessibile. Da quel primo episodio intitolato “Criminals & Kings” a quello “Species” (2011) dato inizialmente per conclusivo, il consorzio con base logistica  in Olanda ha visto alternarsi musicisti ed etichette differenti (NTS, Locomotive, Lion Music, ProgRock Records), mantenendo però quella formula che gli ha garantito, allo stesso tempo, di mantenere una qualità sempre discretamente interessante. I principali elementi di novità del sesto capito, intitolato “Legacy Of Empires”, sono forse la scelta di Frontiers come nuova casa discografica e l’intento, dichiarato questa volta in modo esplicito ed apparentemente inequivocabile, di porre con questa uscita la definitiva parola fine alla saga. Il coinvolgimento di quasi venti musicisti internazionali non costituisce più una novità, essendo questo divenuto quasi un marchio di fabbrica del progetto stesso, ma segnaliamo comunque la presenza del chitarrista e tastierista italiano Luca Sellitto (Stamina, Marco Garau’s Magic Opera, Timeless Fairytale) all’interno di un folto gruppo che registra – tra gli altri – anche membri o ex membri di Vanden Plas, Kamelot e Pain of Salvation.

Ian Parry's Consortium Project VI - "Legacy Of Empires" - Official Music Video

Archiviata velocemente l’introduzione parlata di “The Constellation Of The Stars”, il disco – disponibile anche in un bel vinile di colore rosso acceso – si presenta con i cinque minuti di “Legacy Of Empires”, un minutaggio che caratterizzerà più o meno ciascun episodio. La cifra stilistica è quella di un power melodico dalla forte componente sinfonica/cinematografica, con un cantato da parte di Parry abbastanza particolare per il modo barocco – che può piacere o meno – in cui il cantante inglese indugia sulle singole vocali. Al di là del dettaglio, la scena ricostruita da un numero così nutrito di interpreti non può che essere grandiosa, con uno spettacolo che convince sia dal punto di vista delle orchestrazioni (con arrangiamenti relativamente asciutti) che da quello della compattezza dell’esecuzione, con una nota particolarmente positiva per l’organizzazione dei cori (“A Declaration Of Independence”). In questo autentico florilegio, nel quale spuntano novità – effetti, assoli, sonorità classiche ed orientali – ad ogni angolo, il senso di meraviglia è inizialmente assicurato.

La produzione di alto livello ci mette anch’essa del suo, facendo in modo che l’album funzioni bene a volumi differenti: i suoi suoni rotondi e levigati si prestano bene ad un ascolto a pressione sonora moderata, ma il lavoro delle chitarre (“Gods From The Heavens Above”), così come gli estremi di banda occupati da basso e batteria, sono pronti ad esplodere qualora si decida di dare più corda e libertà ai decibel. Se da una parte l’idea del collettivo è affascinante, per le insidie ma anche le potenzialità che l’unione di così tanti talenti può offrire, dall’altra progetti di questo tipo non possono beneficiare di un’immagine definita, di una comunicazione visuale coerente, di quella parte di personalità che oggi le band devono necessariamente comunicare (e vendere) al pari del prodotto musicale. E’ forse anche a causa di questa mancanza, se vogliamo anche frutto del pregiudizio verso un progetto che travalica i confini del classico quartetto/quintetto, che il consorzio e la sua musica si mettono a fuoco con maggiore difficoltà e difficilmente possono essere accompagnati da un visual unico e davvero coinvolgente.

Nonostante le belle melodie che ogni brano esprime, vedere chi ha contribuito ad ogni traccia – e gli effetti che tale contributo ha determinato – richiede un ascolto più attento, se davvero si vuole scavare nel profondo del progetto. Rimanendo in superficie, al contrario, questo hard/power dà l’impressione di potersi incartare nelle sue stesse melodie (“A Kingdom For Heroes”), con un aspetto epico sfruttato fino all’eccesso (i titoli stessi vengono un po’ a noia), un’abilità progressive che viene utilizzata in modo discontinuo (“Pyramids Of Power”) e l’occasionale sensazione di smarrimento che si prova quando lo spettacolo rimane sempre e costantemente sopra le righe, con poca attenzione all’ascoltatore ed alla sua esperienza di ascolto. “Legacy Of Empires” è evidentemente un album compiaciuto della sua stessa varietà, fiero delle mille direzioni che può intraprendere e deciso a sfruttare le sue diverse voci per regalare una visione stilistica ampia, cinematografica, sempre melodica.

Potenzialmente in grado di tratteggiare infiniti orizzonti, questo approccio rivela però anche un limite, rappresentato dall’incapacità di questo songwriting ingombrante di trovare la soluzione brillante, arguta, davvero smart. Qui tutto deve apparire superiore, articolatissimo e per forza di cose trascendente (“The Secrets Of Creation”), come se questo fosse il modo in cui il disco giustifica il suo costante bisogno di applausi, approvazione ed attenzione. Un atto di fede che sicuramente ripagherà la fetta di pubblico che vorrà stare al gioco, ma risulterà insostenibile per coloro i quali non hanno bisogno di quest’opera martellante di drammatico convincimento per capire cosa gli piace o meno.

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