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Judas Priest – Recensione: Invincible Shields

Sono passati oramai 50 anni dal debutto dei Judas Priest: è del settembre 1974 quel “Rocka Rolla”, dalla direzione stilistica ancora incerta, che anno dopo anno, coi dischi successivi, vedrà la band di Birmingham diventare quella che più di ogni altra definirà nel suono, nell’immagine e nell’attitudine lo stesso concetto di heavy metal. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, con cambi di formazione, ritorni, dischi pubblicati, fino al raggiungimento, soprattutto in alcune fasi della carriera, di un enorme successo internazionale. Fatto sta che i Judas Priest sono ancora qua, dopo più di cinque decenni dalla loro fondazione, a presentare il nuovo, ampiamente annunciato “Invincible Shields”, diciannovesimo disco in studio della leggendaria formazione britannica. Prodotto come il precedente “Firepower” da Andy Sneap, vede alla composizione il contributo in tutti i brani dello storico chitarrista Glenn Tipton (oltre che di Rob Halford e Richie Faulkner), purtroppo impossibilitato di suonare live per i noti problemi di salute. L’etichetta è, come sempre, la Columbia Records, succursale della Sony.

Judas Priest - Panic Attack (Official Video)

La serratissima apertura di “Panic Attack” non lascia dubbi: riff potentissimo, linea vocale con le tipiche melodie “marziali” di Halford, ritornello secco che resta stampato da subito in mente, armonizzazioni delle chitarre e assoli travolgenti. Formula perfetta e marchio stilistico della band, che però non riesce in alcun modo a stancare. E quanto Judas Priest è il riff della tiratissima “The Serpent And The King”? Un brano come “Invincible Shields” è un ponte fra la band di fine anni ‘70 e quella attuale, rinverdendo lo schema di un pezzo colossale quale “Exciter”, del ‘78 e “Devil In Disguise” mostra la sua parte più cadenzata e solenne. “ Gates Of Hell” richiama la parte più ottantiana e “americana” della band, come d’altronde il melodico mid tempo “Crown Of Horns”.

A risposta arriva la velocissima “As God Is My Witness”, col consueto gran lavoro delle chitarre e della ritmica schiacciasassi di Ian Hill e Scott Travis. “Trial By Fire” è un brano articolato che alterna potenza a maggior riflessività (in ottica pienamente Judas Priest, ovviamente!), ed “Escape From Reality” consta in un riff quasi doom e un cantato solenne ed eroico, guardando nuovamente a tratti ai loro anni ‘70, complici anche le parti soliste molto pentatoniche. Chiudono l’album “Sons Of Thunder”, dall’approccio (relativamente) più moderno e “Giants Of The Sky”, compatta e cadenzata, dove non manca un intenso break acustico centrale. Segnaliamo che c’è anche un’edizione speciale con tre brani in più.

Da sottolineare anche che, come di consueto, l’apparente bellicosità dei titoli, nasconde in realtà un approccio tematico ben più profondo, che spazia dall’attualità ai rapporti interpersonali, in modo affatto banale.

Un disco dei Judas Priest è una certezza: pur cristallizzati in uno stile musicale dal quale, per le caratteristiche stesse della band, più di tanto non si possono spostare, e del quale hanno peraltro l’incontestabile titolo di inventori, riescono ancora una volta a pubblicare un lavoro di altissimo livello. Sembra incredibile, ma i vecchi leoni, forti anche di una forma individuale invidiabile, riescono a dimostrare ben più freschezza e ispirazione di grandissime masse di imitatori, rinverdendo ogni volta una formula musicale oramai cementata, ma sempre, se fatta con questa classe, di ascolto a tratti veramente esaltante.

Con questo nuovo “Invincible Shields” i Judas Priest si impongono con l’autorevolezza di chi un genere musicale lo ha creato e ne conosce ogni minima sfumatura, riuscendo di volta in volta, con aggiustamenti minimi, a rendere il sound attuale e classicissimo al tempo stesso, citando un po’ tutte la fasi della band, dai seventies fino ad oggi, senza per questo fare copia carbone del loro enorme passato.

I maestri sono tornati per sedersi nuovamente in cima al trono, e finché pubblicheranno lavori di questo tenore, la sensazione è che ci resteranno ancora a lungo.

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