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Gus G. – Recensione: I Am The Fire

Che Gus G. sia un chitarrista di talento è ormai dato assodato. E la sua esperienza alla corte di Ozzy dimostra che il cercato riconoscimento a livello mondiale è già avvenuto da tempo. Questo disco solista, presentato a margine di quella che rimane la sua band principale, vale a dire i Firewind, lascia però l’impressione di essere il classico tentativo di monetizzare il più possibile il salto di qualità in fatto di popolarità ottenuto di recente e non aggiunge di certo nessuna qualità artistica al valore del nostro.

“I Am The Fire” si struttura infatti attraverso una serie di canzoni il cui unico filo conduttore è proprio la chitarra di Gus, mentre si alternano vari musicisti, diversi a seconda del brano, a costituire la classica formazione da all star band che vede coinvolti tra gli altri Mats Leven, Tom Englund (Evergrey) e Jeff Scott Soto alle vocals, nonché Billy Sheehan, David Ellefson e Daniel Erlandsson a contribuire alla base ritmica.

Se ci fermiamo a questa costatazione e prendiamo l’album come un comodo divertimento per raggiungere collaborazioni gradite ai musicisti coinvolti e magari rimandate da tempo, allora possiamo tranquillamente passare sopra alla non certo entusiasmante qualità delle canzoni e ridurre la aspettative al minimo.

Diversamente, se intendiamo vedere la questione dalla parte di chi questo disco potrebbe anche decidere di comprarselo non possiamo esimerci dall’osservare come la sequenza delle tracce sia costituita da una normalità disarmante che viene giusto rivestita dalla scontata professionalità necessaria a portare l’insieme ad un livello di sufficienza, ma davvero niente di più.

Sa da un lato infatti bisogna riconoscere a Gus di aver cercato di distaccarsi da ciò che già propone con i Firewind, dall’altro molte delle song qui presentate non hanno una vera personalità e sono semplici standard, spesso orecchiabili, altre volte un po’ più duri e tecnicamente complicati, ma sempre riconducibili a un format mainstream poco fantasioso che, tolto il tocco dell’autore nelle parti di chitarra, potrebbero essere frutto di un qualsiasi gruppo di genere.

Poco ci resta sinceramente impresso, neanche un brano veloce e tecnico come “Terrified” (strumentale con ospite Billy Sheehan) dice molto, rifacendosi a mille altre tracce praticamente uguali che si potevano già ascoltare dai più comuni shred-master degli anni ottanta.

Non scadenti, ma assolutamente di qualità media sono anche i tentativi di piazzare un discreto numero song dal tocco più commerciale e easy come la rock ballad “Long Way Down” (con la partecipazione sentita di Alexia Rodriguez degli Eyes Set To Kill) o il suadente melodic rock di “Summer Days” (graziato dalla voce di Jeff Scott Soto).

Sopra la media, almeno per la maggiore energia trasmessa, rimangono giusto i brani un po’ più heavy, come le prime due tracce cantate da Mats Leven (“My Will Be Done” e “Blame It On Me”) e il classico metal americano di “Redemption” (supportato dalla voce di Michael Starr degli Steel Panther).

Nulla di eclatante a dire il vero, e decisamente poca roba per un’artista il cui status di star internazionale lo mette oggi nella condizione, crediamo, di dimostrare qualcosa di meglio per meritarsi l’applauso.

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