Metallus.it

Saxon – Recensione: Hell, Fire And Damnation

Hell, Fire And Damnation”, disco che costituisce niente meno che il ventiquattresimo album in studio per gli inossidabili Saxon, non è un platter come tutti gli altri per i paladini della NWOBHM. Da un lato, e lo vedremo fra poco nella nostra disamina, le coordinate sonore sono sempre quelle dell’inconfondibile e roccioso heavy metal plasmato dai nostri tanti anni or sono (e non vediamo perché mai dovrebbe essere altrimenti!). Dall’altro, però, questo nuovo capitolo dell’infinita carriera della band inglese segna una novità importantissima: si tratta infatti della prima opera senza il chitarrista e fondatore Paul Quinn, che dopo essersi ritirato dai palchi ha preso la sofferta decisione di abbandonare anche lo studio di registrazione.

Al suo posto troviamo un personaggio di tutto rispetto, Brian Tatler dei mitici Diamond Head. Scelta azzeccatissima e “filologicamente” corretta, sia per ragioni anagrafiche che per la provenienza dallo stesso fermento britannico di inizio anni ’80. Lo shock per l’abbandono di Quinn viene insomma in un certo senso superato e i fatti danno ragione a Biff Byford e soci: anche in seguito all’innesto di Tatler, il nuovo disco dei Saxon risulta solido, appassionante e con numerosi episodi davvero notevoli.

La solenne intro “The Prophecy” crea la giusta tensione e ci conduce subito alla title track, nonché singolo apripista: un brillante esempio di quella che da sempre è la proposta dei nostri, fra un riff corposo e tagliente e un refrain di presa immediata, che entra subito in testa. “Madame Guillotine” parte in punta di piedi per poi esplodere in un gran bel pezzo di metal melodico, mentre “Fire And Steel”, con un titolo che parla già da sé, non poteva che essere una scheggia veloce e potentissima. La prima metà dell’album si chiude con “There’s Something In Roswell”, traccia dal piglio più moderno, ma comunque riuscita.

I brani di argomento storico dominano a livello tematico in questo platter: ne sono una prova le successive “Kubla Khan And The Merchant Of Venice” e “1066”, quest’ultima dedicata alla celebre battaglia di Hastings, entrambe canzoni epiche e magistralmente strutturate. In mezzo troviamo invece la trascurabile “Pirates Of The Airwaves”, unico vero punto debole del lotto. Per rimanere in tema di episodi storici, “Witches Of Salem” è al contrario uno dei pezzi migliori: trascinante, d’atmosfera, con grandi cori e assoli di chitarra. Si chiude, efficacemente, così come si era cominciato, ovvero con un’altra traccia massiccia del calibro di “Super Charger”.

Anche se non al livello dei migliori lavori prodotti dai Saxon dopo il 2000 (alcuni davvero sorprendenti e non lontanissimi dai capisaldi degli anni ’80), “Hell, Fire And Damnation” conferma di nuovo l’inesauribile ispirazione di questi inarrestabili alfieri del metallo più schietto e tradizionale. Lunga vita, dunque, a Biff e compagni, che si avvicinano sempre più ai 50 anni di carriera in uno stato di forma davvero invidiabile.

Exit mobile version