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Hardcore Superstar – Recensione: HCSS

Gli Hardcore Superstar sono uno di quei gruppi che riescono a mettere d’accordo una variegata tipologia di fan, dai glamster incalliti che non rinuncerebbero per niente al mondo ai lustrini e ai variopinti spandex, ai metallari duri e puri borchiati fino al midollo osseo. E tutto questo grazie alla svolta metal-oriented dell’omonimo album del 2005 che però ha provocato dei leggeri malumori ai fan della prima ora maggiormente affezionati al lato più scanzonato e spensierato del gruppo.

A distanza di ben quindici anni dal masterpiece “Bad Sneakers And A Pina Colada” il four-piece va alla ricerca delle proprie origini con questo nuovo platter intitolato semplicemente “HCSS” e si reinventa nuovamente lasciando perdere i chitarroni ultra pompati e i riff pesanti del passato, ma badando soprattutto alla sostanza e allo stesso tempo alla semplicità dei propri brani. All’iniziale e agguerrita “Don’t Mean Shit” (quì il video) spetta il compito di aprire questo nuovo lavoro della formazione di Gothenburg con un brano roccioso e puramente rock’n’roll old school, mentre nella successiva “Party Till I’m Gone” si assapora la pura essenza della band, ruvide chitarre e vocal abrasive che portano ad un ritornello a dir poco perfetto. “The Cemetery” sorprende per l’intro iniziale flamencato ma poi il brano prende vita a se e la struttura del pezzo basata su un scarno riff di chitarra ricorda una band come i The Clash e reminescenze delle sonorità presenti su “No Regrets” del 2003. “Off With Their Heads” invece è una composizione prettamente ottantiana, un brano ritmato, melodico e incisivo allo stesso tempo a differenza dei sette minuti di “Fly” che è la track più insolita dell’album, una ballad caratterizzata da un retro gusto psichedelico che ne definisce la struttura e la rende molto particolare. Con la successiva “The Ocean” si ritorna a picchiare che è un piacere con riff granitici e abrasivi e anche un plauso va fatto al cantato del bravo Jocke Berg, nella parte iniziale scanzonato e divertente che ha richiamato alla mente il migliore Perry Farrell dei Jane’s Addiction, nella seconda parte invece più aggressivo e potente.

“Glue”, il primo singolo già uscito l’anno scorso, lo conosciamo da tempo ed è un brano dinamico e frizzante dal grande appeal radiofonico , mentre la conclusiva “Messed Up For Sure” ha il compito di chiudere in bellezza questo “HCSS” un lavoro semplice, essenziale di puro street rock senza fronzoli che ci riconsegna i paladini dello Scan Rock svedese in ottima forma, ispirati al feeling e alle sensazioni del passato, ma che hanno dato nuova linfa e colore alle sonorità che da sempre noi tutti amiamo.

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