Metallus.it

Melechesh – Recensione: Enki

Sono passati cinque anni da “The Epigenesis” (la recensione), ulteriore conferma di come i Melechesh ormai, non sbaglino più un colpo. Un lustro durante il quale il four-piece di Gerusalemme ha subito un rallentamento a causa dei continui cambi di line-up, che ora sembra essersi stabilizzata con il ritorno dello storico chitarrista Moloch (che lasciò il gruppo soltanto nel 2013) e del batterista originario Lord Curse. A completare l’ensemble troviamo il bassista americano Scorpios, forte di una lunga militanza nel panorama underground estremo (qualcuno magari lo ricorderà nei Crimson Moon).

Quello di “Enki” (i dettagli)  sembra essere stato un parto sofferto, ma se i risultati sono questi, allora ben venga l’aver dovuto attendere un periodo tanto lungo. Ashmedi e soci non danno grossi scossoni al loro percorso evolutivo, eppure questo canale espressivo che mutua il lato più melodico di black e thrash metal, misto a suggestioni mediorientali, funziona davvero alla grande. “Enki”, mette in luce quattro musicisti al top della forma, capaci di inanellare una serie di brani dove nulla è fuori posto, ricercati senza mai essere pretenziosi e perfetti nell’estetica.

I Melechesh possono essere l’esempio di come il mestiere si possa fondere con l’arte, di come la tecnica possa essere superiore senza che la musica si metta al suo servizio. “Enki” inizia con un trittico impressionante (“Tempest Temper Enlil Enraged”, “The Pendulum Speaks” e “Lost Tribes”), forse i tre brani più granitici e arcigni composti dal gruppo negli ultimi dieci anni, eppure grandiosi  grazie a quel connubio ben percepibile ma non invasivo, con melodie folk arabe. Salgono sugli scudi l’estro della chitarra di Moloch, il drumming tellurico e dalla precisione millimetrica di Lord Curse e lo screaming acidulo di Ashmedi, che in un brano come “Lost Tribes” (che potete ascoltare QUI) funziona molto bene da contro-altare al growl di Max Cavalera, primo ospite di lusso del platter.

L’album presenta infatti il contributo di alcuni artisti ben noti ala scena metal. Oltre a Max Cavalera segnaliamo anche Sakis dei Rotting Christ, sulla magnifica “Enki – Divine Nature Awoken”, brano compatto e ricco di aperture epiche e di Rob Caggiano (Volbeat, Anthrax) che ci offre un gustoso assolo di chitarra sulla maestosa “The Palm The Eye And Lapis Lazuli”. Ogni brano è un tassello che si incastona alla perfezione in un mosaico bizantino musicato, che viaggia dalla tecnica di un pezzo vario e cangiante come “Multiple Truths” alle sontuose seduzioni mediorientali della strumentale “Doorways To Irkala”. Semplicemente, un grande ritorno.

Exit mobile version