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Starbreaker – Recensione: Dysphoria

Dopo ben undici anni di attesa dalla pubblicazione di “Love’s Dying Wish”, ultimo lavoro degli Starbreaker, il cantante Tony Harnell (TNT) e il chitarrista Magnus Karlsson (Allen/Lande, Last Tribes, Primal Fear) tornano a unire le forze per dare alle stampe “Dysphoria”, terzo disco del combo uscito sotto l’egida di Frontiers Music. Sebbene il progetto – completato dal bassista Jonni Lightfoot e dal batterista Anders Köllerfors – metta insieme due pesi massimi della scena Hard Rock mondiale, i risultati fin qui raggiunti non hanno mai impressionato la platea. Pur presentando una grande eleganza formale, arrangiamenti accattivanti e una produzione sempre pulita e ben bilanciata, l’omonimo debut album e il sopracitato full lenght del 2008 non riuscivano a offrire qualcosa di originale, aggiungendo poco o nulla a quanto già ascoltato in passato.

È difficile dover ammettere che anche questa nuova fatica poco si distacca dalle impressioni precedentemente destate. In “Dysphoria”, il gruppo predilige adottare soluzioni più melodiche, non disdegnando incursioni in territorio AOR. I toni si ammorbidiscono, dunque, la ricerca del ritornello accattivante è costante e le enormi doti espressive di Harnell conferiscono quel tocco in più a mid-tempo quali “Wild Butterflies“, “Last December” e l’oscura “Bright Star Blind Me“, brani evocativi ma dallo sviluppo fin troppo prevedibile. Discorso analogo per le due balladHow Many More Goodbyes” e “Beautiful One”, a segnare la parte centrale del disco: i brani esplicitano quanto già espresso in precedenza, ovvero tutto molto ben costruito, eseguito magistralmente ma privo di quel quid che consentirebbe un salto di qualità decisivo.

Tutto da rifare, dunque? Fortunatamente no. L’openerPure Evil” sprigiona una bella carica di adrenalina così come la conclusiva “Starbreaker”, ottima rilettura del classico dei Judas Priest. Non possiamo non citare anche la title track o la dirompente “Fire Away”, brani in cui l’estro e le qualità intrinseca di tutti i componenti emerge cristallina, ma in generale gli episodi positivi incidono poco per pensare di arginare la noia dilagante.

In conclusione, a dispetto dell’impeccabile prova dietro al microfono di Harnell (capace di trasmettere grande pathos alla sua prova) e dell’ottimo rifframa di Karlsson, “Dysphoria” è caratterizzato da un songwriting troppo convenzionale e spesso banale. La terza occasione mancata per gli Starbreaker, nella speranza che il futuro possa servarci qualche colpo a sorpresa. I presupposti ci sono.

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