Metallus.it

Anathema – Recensione: Distant Satellites

Con la loro nuova uscita gli Anathema falliscono nell’impresa di realizzare l’ennesimo capolavoro in musica, fatto che era ormai prassi almeno dal 1998; “Distant Satellites” infatti è “solamente” un buon album, pregno di quel prog pop alternativo che gli inglesi hanno ormai codificato e fatto evolvere nel corso della loro carriera.

Questa volta però ci sembra che l’ispirazione non sia quella dei tempi migliori, con una manciata di pezzi che sembra un insieme di outtake del precedente Weather Systems” (la recensione), album oggettivamente di un altro livello; in queste composizioni viene dato ampio spazio al pianoforte più che alle chitarre acustiche e soprattutto c’è una forte componente elettronica, soprattutto nella parte finale del lavoro.

Le tre parti di “The Lost Song” ricordano strutturalmente “Untouchable”: una prima parte ritmata e caratterizzata da tempi dispari (ottima al solito la prova vocale di Vincent Cavanagh anche se le linee vocali non convincono appieno), la seconda più introspettiva con un crescendo tipico del songwriting di Danny Cavanagh (grande protagonista è qui la voce di Lee Douglas) ed una terza che riassume il tutto, è il primo singolo estratto e dove finalmente ritroviamo gli Anathema che conosciamo.

La chitarra solista sempre piena di pathos di Danny Cavanagh compare solo sul finire di “Ariel” a dimostrare quanto il suo ruolo sia di secondo piano su “Distant Satellites per il quale la band di Liverpool ha preferito dare un respiro globale e collettivo.

Anathema”, song dal titolo “impegnativo” è probabilmente l’apice dell’album e ci ha ricordato non poco “The Beginning And The End” da “Weather Systems” e di cui segnaliamo il grande crescendo finale tra orchestrazioni e parte solista epica.

La già citata parte finale di album lascia un po’ perplessi, non tanto per le sperimentazioni attuate con gli effetti elettronici, quanto perché questi sono concentrati tutti in questa porzione di disco; “You’re Not Alone” è un mantra dove non manca comunque una certa carica elettrica e le ultime due tracce chiudono l’album in maniera un po’ anomala.

A nostro giudizio quindi un leggero passo falso nel trionfale percorso dedicato alla diffusione di buona musica che gli Anathema stanno percorrendo da più di vent’anni che non intacca minimamente la media strepitosa mantenuta dai nostri.

Exit mobile version