2016 – 2026, a dieci anni da “XXX Three Decades In Metal”, Kai Hansen torna a pubblicare un album solista e lo fa scegliendo una strada che, almeno in parte, potrebbe sorprendere chi continua ad associarlo esclusivamente alle coordinate classiche di Helloween e Gamma Ray.
“Born With A Hammer” non è infatti il disco di un musicista intenzionato a ricostruire il proprio passato. Al contrario, sembra quasi il lavoro di qualcuno che, dopo decenni trascorsi a contribuire alla definizione del Power Metal, abbia deciso di concedersi il lusso di non dover più dimostrare nulla.
Pubblicato da earMUSIC, l’album contiene dieci tracce e vede Hansen circondarsi di una formazione di assoluto livello, Eike Freese, che cura anche la produzione, Alexander Dietz degli Heaven Shall Burn, suop figlio Tim Hansen degli Induction e Dan Wilding dei leggendari Carcass. Una squadra già in parte rodata ai tempi di “XXX Three Decades In Metal”, ma che qui viene utilizzata per costruire qualcosa di molto meno prevedibile.
Il punto centrale di “Born With A Hammer” è proprio questo, Kai Hansen si diverte, e quando Kai si diverte, non sembra preoccuparsi troppo di rispettare i confini.
Adesso analizziamo l’album con un track by track.
Feeding The Beast
L’apertura con “Feeding The Beast” possiede ancora alcuni elementi capaci di creare un ponte con il precedente lavoro solista. È probabilmente il modo più naturale per entrare nell’album, chitarre potenti, energia immediata e quel modo tipicamente hanseniano di costruire melodie che sembrano nate per essere cantate dal vivo sotto il palco.
Ma già da qui si percepisce che qualcosa sta cambiando, non siamo davanti all’ennesima variazione sul power metal classico. Il brano funziona piuttosto come una porta d’ingresso verso un album nel quale Hansen sembra progressivamente liberarsi delle aspettative legate al proprio nome.
Welcome To Life
Con “Welcome To Life” la componente heavy viene contaminata da una forte attitudine punk e rock’n’roll, di stampo californiano, con continui cambi di velocità e un andamento estremamente spontaneo. È uno di quei pezzi che sembrano procedere senza preoccuparsi troppo della destinazione, guidati principalmente dall’energia.
Il testo invita ad accettare ciò che la vita offre invece di concentrarsi continuamente su quello che manca: un messaggio semplice, quasi disarmante, che ben si abbina alla leggerezza con cui Hansen affronta musicalmente il pezzo.
I Don’t Care At All
E infatti “I Don’t Care At All” porta il concetto ancora più avanti.
Le atmosfere diventano leggere, eccentriche, a tratti persino giocose, con ritmiche che sfiorano territori dance e un approccio che potrebbe inizialmente spiazzare chi si aspetta il classico muro di doppia cassa e chitarre power.
C’è qualcosa di volutamente irriverente nel brano, quasi come se il titolo fosse già una dichiarazione d’intenti: questo album fa ciò che vuole, indipendentemente da quello che una parte del pubblico potrebbe aspettarsi.
Wait And See
“Wait And See” cambia nuovamente scenario, le atmosfere diventano più scure, con suggestioni elettroniche e una costruzione quasi cinematografica. Il basso possiede una presenza importante, mentre alcuni elementi rimandano agli anni Ottanta senza trasformare il pezzo in un semplice contenitore nostalgico, sospeso tra Heavy Metal, elettronica e suggestioni quasi Gotiche.
Uno degli aspetti più riusciti dell’album è proprio la capacità di Hansen di inserire elementi apparentemente incompatibili senza perdere completamente la propria identità.
I.D.G.A.F.
Lo stesso principio viene esasperato in “I.D.G.A.F.” il riff possiede un sapore fortemente seventies e richiama apertamente quel tipo di rock essenziale costruito su poche note immediatamente riconoscibili. Intorno, però, succede praticamente di tutto: batteria elettronica, atmosfere che potrebbero tranquillamente provenire da una colonna sonora che strizza nuovamente l’occhio agli anni Ottanta e persino un passaggio acustico inatteso.
Sulla carta potrebbe sembrare un miscuglio improbabile, all’ascolto, funziona sorprendentemente.
Il brano possiede inoltre una delle caratteristiche più evidenti dell’intero album: la sensazione che Hansen abbia composto senza preoccuparsi di stabilire in anticipo dove dovesse andare una canzone.
L’idea arriva, viene utilizzata e, se serve, pochi secondi dopo viene sostituita da qualcosa di completamente diverso.
Born With A Hammer
Il vertice di questa libertà creativa arriva con la title track, ”Born With A Hammer”, probabilmente il pezzo più ambizioso del disco.
Qui il riferimento ai “Queen” diventa evidente: cori sovrapposti, teatralità, improvvisi cambi di tempi e di atmosfere e una struttura che rifiuta la classica forma lineare.
Ci sono momenti nei quali sembra quasi di trovarsi dentro un musical rock, altri nei quali Kai Hansen torna a mettere la chitarra al centro della scena con un assolo estremamente melodico, prima che il pezzo cambi nuovamente pelle e finisca per avvicinarsi addirittura a territori progressive.
È probabilmente la migliore risposta a chi pensa che Hansen abbia esaurito da tempo la propria vena creativa.
Sarebbe interessante sentirla esplodere dal vivo con l’intera band, e siccome a meno di sorprese non mi aspetto dei live, personalmente avrei voluto che un brano di questa caratura fosse stato inserito in un album degli Helloween o perché noi dei Gamma Ray.
End Of The Road
Dopo tanta sperimentazione, “End Of The Road” riporta l’ascoltatore su coordinate maggiormente familiari.
È uno dei pezzi più melodici dell’album e probabilmente quello nel quale torna maggiormente a galla il DNA degli Helloween.
Non si tratta però di un esercizio nostalgico di copia/incolla, la scrittura di Hansen conserva semplicemente quella particolare capacità di generare ritornelli immediati e melodie che sembrano appartenere naturalmente al suo linguaggio musicale.
Per chi continua ad amare la componente più classica del songwriting di Kai, Born With A Hammer è probabilmente uno dei momenti di maggior comfort zone.
Triple Trouble
Con “Triple Trouble” il Power Metal torna ancora più chiaramente in superficie, il riff riporta immediatamente verso territori conosciuti, ma anche questa volta Hansen evita di limitarsi alla semplice autocitazione.
L’inserimento della voce da annuncio aeroportuale aggiunge infatti quell’elemento surreale che ormai, arrivati a questo punto dell’album, non sorprende neppure più.
È quasi come se Kai continuasse deliberatamente a divertirsi mescolando la carte in tavola ad ogni brano.
Invaders
“Invaders” è invece uno dei brani più curiosi della seconda parte, la matrice Heavy è evidente e alcuni passaggi richiamano lo stile classico dei Judas Priest, ma all’interno del pezzo trovano spazio ancora una volta elementi ritmici decisamente meno ortodossi.
Il risultato è un Heavy Metal moderno e contaminato che non rinuncia alla potenza delle chitarre ma cerca continuamente una via alternativa.
Wonderland
La conclusione viene affidata a “Wonderland”, e probabilmente non poteva esserci scelta migliore.
Siamo di fronte ad un brano potente ma allo stesso tempo attraversato da una vena malinconica, soprattutto nel ritornello.
Qui emergono nuovamente alcune caratteristiche che i fan storici possono immediatamente riconoscere, grandi melodie, chitarre in primo piano e quella particolare combinazione di energia e sentimento che ha caratterizzato molte delle migliori composizioni della carriera di Kai Hansen.
La seconda parte dell’album, tende progressivamente a riavvicinarsi al mondo musicale che ha reso Kai uno dei nomi più importanti della scena Metal europea, ma lo fa dopo aver trascorso metà disco a demolire qualsiasi aspettativa.
Il vero valore di “Born With A Hammer” sta forse proprio nella sua imprevedibilità, chi cercherà un nuovo album degli Helloween senza gli Helloween rischia di rimanere spiazzato.
Lo stesso vale per chi spera di ritrovare semplicemente il Kai Hansen dei Gamma Ray.
“Born With A Hammer” riesce quasi sempre a evitare quella trappola perché esiste un elemento che tiene insieme tutto, Kai Hansen stesso.
Naturalmente le tracce del suo passato sono presenti: sarebbe impossibile cancellare quarant’anni di storia musicale e, soprattutto, non avrebbe alcun senso farlo. Ma sono soltanto alcuni degli ingredienti di un album che passa con estrema disinvoltura dal Power Metal al Punk, dall’Hard Rock all’elettronica, dal Pop Rock al Progressive.
La sua voce, il suo modo di suonare la chitarra e soprattutto quella capacità di creare melodie immediatamente riconoscibili rendono credibile persino ciò che, leggendo semplicemente la descrizione dei brani, potrebbe sembrare assurdo.
E c’è anche un altro elemento particolarmente importante, poter ascoltare nuovamente Hansen cantare così tanto, ed è forse questo il regalo più bello che ci fa “Born With A Hammer”.

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Etichetta: earMUSIC Anno: 2026 Tracklist: 01. Feeding The Beast 02. Welcome To Life 03. Don’t Care 04. Wait And See 05. Born With A Hammer 06. I.D.G.A.F. 07. End Of The Road 08. Triple Trouble 09. Invaders 10. Wonderland Sito Web: https://www.facebook.com/kaihansenofficial |
