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Blackbraid – Recensione: Blackbraid II

Uscito il 7 luglio, prodotto e distribuito in maniera indipendente, il secondo full lenght della one man band Blackbraid ha già ottenuto l’attenzione di decine di migliaia di ascoltatori.

Già dal primo singolo “Barefoot Ghost Dance In Blood Soaked Soil”, uscito nel febbraio del 2022, seguito dal primo full lenght “Blackbraid I”, che vedrà la luce sei mesi dopo, Jon S Krieger, in arte Sgah’gahsowáh (nome Mohawk traducibile in inglese come “the witch hawk”), statunitense nativo americano, ha mostrato al mondo un progetto che ha ottenuto immediatamente un’attenzione davvero notevole e che, indipendentemente dal fatto che ci piaccia o meno musicalmente, merita sanza alcun dubbio il tempo di qualche ragionamento e riflessione, sia dal punto di vista musicale che lirico e conseguentemente umano.

Si tratta di un black metal creato con l’intento di rappresentare e raccontare la storia delle popolazioni Native Americane, così come il genocidio che ne ha quasi segnato la fine, nonché, come emerge da diverse risposte di Krieger nei confronti di domande poste durante alcune interviste: cercare di offrire all’ascoltatore un mezzo per riconnettersi con la natura, altro tema lirico fondamentale che caratterizza questo progetto, graniticamente presente anche in ogni sfumatura di “Blackbraid II”.

L’album parte con la calda “Autumnal Hearts Ablaze”, una breve canzone strumentale composta con una chitarra acustica che ci fa subito assaggiare parte delle atmosfere che accompagneranno l’album per tutta la sua durata. Il quadro viene subito ampliato da “The Spirit Returns”, che fa emergere la natura predominante di questo lavoro: un black metal fortemente incentrato sull’evocatività e sulle atmosfere, che utilizza tutti i pilastri fondamentali della struttura dell’atmospheric black metal, aggiungendoci una forte melodicità e l’utilizzo di strumenti tradizionali dei nativi, durante “Spells Of Moon & Earth”, “A Song of Death on Winds of Dawn”, “Celestial Passage” e “Moss Covered Bones on the Altar of the Moon” in particolare.

La forte atmosfera, l’evocatività e il richiamo ai paesaggi un tempo popolati dagli originari abitanti delle Americhe non sono dettati solamente dall’utilizzo dei sopracitati strumenti. Penso infatti che questi ultimi siano solo un ottimo contorno alla vera sostanza. Sostengo infatti che ogni aspetto dell’album, dal songwriting fino al tono delle chitarre, alla voce di Krieger e ai più velati arrangiamenti strutturali del lavoro, siano incentrati sulla creazione di una vivida immagine nella mente dell’ascoltatore, obiettivo che, per quanto riguarda me e la maggior parte dei fan di Blackbraid, viene centrato in pieno.

La già descritta atmosfera di questo lavoro e i mezzi utilizzati per ottenerla non ledono affatto l’impatto e l’intensità tipica che ci si aspetta dal black metal, tutt’altro. L’album viene reso ancor più feroce, intenso e pregno di significato dalla vivida contestualizzazione delle emozioni e dei concetti espressi, siano questi legati alla morte, al dolore, alla guerra, alla spiritualità o alla natura, ragionamento che posso fedelmente riassumere dicendo che non sono solo i testi a dar forma quello che Krieger vuole esprimere, e che l’espressione lirica dei testi è perfettamente in linea con quella musicale di voce e strumenti, cosa che in molti progetti black metal tende a mancare, visto che questo legame tende spesso ad affievolirsi.

Il suono è molto vario, si dirama spaziando tra parti lente e atmosferiche a frequenti blastbeats, a parti aventi sonorità più vicine al thrash metal (mi riferisco soprattutto a “Twilight Hymn of Ancient Blood”). Non mancano neanche assoli e parti di chitarra acustica, oltre ai brevi brani completamente acustici: “Autumnal Hearts Ablaze”, “Spells of Moon and Earth” e “Celestial Passage”, che rendono l’esperienza ancora più varia e immersiva, offrendo anche la possibilità di riposare le orecchie per un paio di minuti di tanto in tanto, conferendo anche un senso di attesa nei confronti del brano che seguirà.

Nonostante sia stato prodotto privatamente, la produzione è particolarmente rifinita e ogni suono e frequenza sono al proprio posto. Il sound stesso, al di là della produzione, ha dei propri caratteri distintivi che lo rendono facilmente riconoscibile e ispirato. Una volta ascoltato l’album per la prima volta si è subito in grado di riconoscerlo la prossima volta che vi capiterà di sentirli anche di sfuggita.

L’arrangiamento dell’ordine delle canzoni, che risulta anch’esso molto ben studiato, culmina con mio grande stupore con la cover di “A Fine Day To Die” di Bathory, un apprezzatissimo tributo davvero ben eseguito a una delle band più influenti per lo sviluppo di questo genere e non solo, non serve certo che mi dilunghi a riguardo.

A seguito di alcune riflessioni personali che quest’album mi ha spinto ad intraprendere, ben prima che decidessi di recensirlo, mi sento di dire che Blackbraid, nonstante la recentissima formazione (febbraio 2022) sia già diventata e diventerà sempre più una band importante e di riferimento col passare del tempo. Non mi soffermerò sul notevole successo materiale, in termine di numeri e riconoscimenti ottenuti, dato che li vedo come una conseguenza quasi matematica di quel che segue. Se facessimo un passo indietro e riprendessimo quanto scritto sopra riguardo le ispirazioni più importanti per Krieger e le contestualizziamo, potremmo dire che Blackbraid sia un progetto volto a rappresentare la cultura dei nativi tramite la descrizione delle usanze, della spiritualità e un collegamento con la natura per noi ormai perduto e reso impensabile. Viene anche rappresentato l’inferno causato da un genocidio che ha sostanzialmente annientato una popolazione ed una cultura, sterminando tra le 55 e oltre 100 milioni di persone, in virtù dell’avidità e dei più vili tratti che inquinano l’animo dell’essere umano. Krieger accompagna l’ascoltatore attraverso l’oscurità di questi avvenimenti ma anche attraverso gli occhi dei suoi antenati , riflettendo musicalmente e liricamente i fortissimi ideali e lo spirito che li animavano nella strenua e incondizionata difesa dei propri valori e della propria terra, nella quale riponevano e ripongono tutt’ora la loro fede e spiritualità. Penso che le evidenze storiche degli appena citati fatti e ideali descritti dai suoi album rendano Blackbraid un progetto davvero significativo, che tratta un tema estremamente delicato (ricordiamo anche quanto sia tabù negli USA ammettere le atrocità del colonialismo europeo sui nativi), in modo onorevole, sincero e fondato. Un progetto che affonda profonde radici all’interno di uno dei fatti storici che più si presta ad essere abbracciato dai principali temi del black metal, quali natura, dolore, conflitto, storia e valori.

Nonostante la grande qualità del lavoro che l’ha resa ben nota in poco tempo, questa non è la prima band incentrata su questo tema, il native americal black metal ha da tempo affondato le proprie radici nella scena; mi sento di consigliare, tra le tante, le ottime: Ends Embrace, Maȟpíya Lúta, Mutilated Tyrant e Witches Forest.

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