7 Miles To Pittsburgh – Recensione: Beyond Repair

La scena musicale olandese ha sempre avuto qualcosa di interessante da dire in ambito rock e metal, da formazioni storiche quali Golden Earring e Focus fino ai più recenti sviluppi.

La band che andiamo a incontrare è formata da musicisti di vasta esperienza, espressa in varie formazioni, e fa uscire in questi giorni il suo nuovo album, il terzo, dopo il debutto del 2017. Il gruppo in questione si chiama 7 Miles To Pittsburgh e il nuovo lavoro si intitola “Beyond Repair”. I membri, dicevamo, sono tutti musicisti con dei curriculum di tutto rispetto. Incontriamo infatti Andrew Elt alla voce (Sleeze Beez), Joris Lindner alla chitarra (Komatsu e altri progetti), Remco Van Zandvoort alle tastiere (già in tour con i The Gathering), Martin Helmantel al basso (Elegy, Headless) e Dirk Bruineberg alla batteria (Elegy, Place Vendome), e fin dalla loro fondazione, una decina di anni orsono (all’inizio erano in trio), propongono un hard rock dalle radici abbastanza classiche, unito a spunti prog più attuali, ottenendo un suono personale e raffinato. Il nuovo lavoro è pubblicato per M-Theory Audio, etichetta specializzata basata a Las Vegas.

L’apertura è affidata a “All Men Are Created Equal”, con un incalzante attacco fortemente supportato dall’organo Hammond e una intensa linea vocale in bilico fra tocchi moderni e aperture melodiche, con indubbi spunti prog, il tutto coadiuvato da parti soliste di una chitarra che lavora chiaramente per la resa del suono d’insieme. Si prosegue con “Don’t Fail Me”, con un riff piuttosto classico, ma articolato, un po’ di scuola Rush, per intenderci, dove anche la voce contribuisce alla singolarità con un cantato per nulla scontato, ma sempre con una certa fruibilità di base che evita di far diventare il pezzo cervellotico e astruso, con qualche passaggio ad evocare addirittura certo glam settantiano.

Il singolo “Pacific Coast Highway” è stato ispirato dai viaggi californiani di Elt, che ha collegato alla musica da lui considerata con “vibe on the road”, ed effettivamente, dopo l’arpeggio di chitarra iniziale, il brano prosegue come un hard prog solare e melodico, un po’ una loro “The Red Barchetta” (sapete di chi, vero?), dove i tempi dispari non complicano inutilmente il pezzo, ma lo rendono anzi più dinamico e avvincente, a supporto di una vocalità in bilico fra immediatezza aor e finezze progressive per un pezzo ottimamente scritto e interpretato. L’altro singolo è “Half Way There”, scritto durante la pandemia, e il messaggio che vuole trasmettere, a detta del cantante, è che “c’è sempre speranza, non importa quanto le cose diventino dure”. Un organo solenne e un arpeggio di chitarra danno il via a un pezzo con tonalità drammatiche, ma con la voce a dare respiro e una certa leggerezza, come in definitiva il messaggio vuole trasmettere, venendo veicolato sia dal testo che dalla musica, e le articolate sezioni strumentali (incluso un eccellente assolo di Lindner), di elevata qualità, contribuiscono in maniera determinante al tutto.

“Kansas”, con un assolo di chitarra iniziale e un Hammond saltellante, non è scevro da influenze dell’omonima, colossale band americana, anch’esso con elementi pomp – prog e felici melodie vocali, seguita da una “Speed Of Life” dalle caratteristiche abbastanza simili, pur caratterizzata da un riff spezzato e un certo groove non esente da stimoli funk nella ritmica, ma restando comunque saldamente in territorio hard – prog, accentuato da una parte centrale rallentata e ricca di parti di tastiere. “Saving Grace” inizia con un riff sabbathiano, e le atmosfere vagamente inquietanti proseguono anche nella linea vocale, senza però mai scadere nel pacchiano, ma inserendo interessanti dinamiche a rendere il tutto più vario e personale, come nel ritornello dagli echi quasi west coast ( ! ), a dimostrazione di quanto gli olandesi non vogliano dare nulla per scontato. Il riff spezzato e frenetico di “Elevator Music” dà un tocco di modernità (ma senza eccessi) alla proposta musicale dei nostri, anche se le sezioni strumentali rientrano nei canoni di un hard prog più classico, ma non per questo banale. La finale “The Lies You Promised To Keep” unisce un riff dai lontani echi hard blues (definizione da prendere con le dovute cautele) a una linea melodica sempre in bilico fra intensità senza respiro e melodia, con le sezioni strumentali e soliste che sono sempre strutturali al brano, pur suonate con grandissimo gusto e perizia.

Questo “Beyond Repair” è un album di grande interesse, con una proposta costantemente in equilibrio fra hard rock classico, spunti progressive ben calibrati e un bilanciamento fra momenti più classici e altri più attuali, che rendono il tutto personale e per nulla scontato. Notevole anche il fatto che i singoli musicisti, pur eccellendo nei rispettivi strumenti, lavorano per ottenere un insieme credibile e avvolgente, senza scadere in sterili virtuosismi, a favore del sound generale. La ricerca dei 7 Miles To Pittsburgh prosegue quindi per il meglio, con una proposta che, al di là dei singoli gusti musicali, non può passare inosservata per il tentativo, perlopiù riuscito, di rifuggire le banalità a favore di una proposta musicale dinamica e fantasiosa. Una band che riesce a dire la sua, facendo sentire la propria voce in mezzo a un mare di uscite troppo spesso standardizzate e poco interessanti.

Etichetta: M-Theory Audio

Anno: 2026

Tracklist: 01. All Men Are Created Equal 02. Don't Fail Me 03. Pacific Coast Highway 04. Half Way There 05. Kansas 06. Speed Of Life 07. Saving Grace 08. Elevator Music 09. The Lies You Promised To Keep
Sito Web: https://www.facebook.com/7mtp.nl/

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