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Church Of Misery – Recensione: And Then There Were None

Sono parecchie le novità che segnano “And Then There Where None”, sesta prova sulla lunga distanza dei giapponesi  Church Of Misery, compagine doom/stoner attiva dal 1995 che ancora una volta approda sul mercato discografico sotto l’egida dell’etichetta di settore Rise Above Records.

Il bassista e leader Tatsu Mikami, unico superstite della formazione originale, si è trovato nella situazione di ricominciare daccapo dopo che la band era stata sul punto di sciogliersi nel 2014 e per l’occasione recluta una line-up completamente americana composta da Dave “Depraved” Szulkin (Blood Farmers) alla chitarra, Eric Little (ex-Internal Void e ora negli Earthride) alla batteria, Scott Carlson (ex-bassista dei Cathedral e voce dei Repulsion) alla voce. E questa volta è proprio Scott Carlson l’autore dei testi del disco, comunque ancora rivolti alle vicende legate a noti serial killer (ad esempio “Confessions Of An Embittered Soul” racconta i delitti della reggiana Leonarda Cianciulli, la diabolica “saponificatrice di Correggio”).

Registrato in sole due settimane, il disco smussa leggermente agli angoli la componente sludge per avvicinarsi pienamente ai canoni di un doom/stoner che molto deve alle sonorità degli anni’70 e a quelle dei Black Sabbath in particolare, il cui fantasma aleggia sinistro (pure troppo, se consideriamo che la citazione vistosa di “Iron Man” all’inizio di “Make Them Die Slowly” rischia quasi il plagio) su tutto l’ascolto.

Il blues estremizzato di “The Hell Benders” dà inizio alle danze con il suo incedere ricorsivo e lento, ma anche piuttosto orecchiabile. Subito sugli scudi le chitarre di Dave, che si prodigano anche in piacevoli assoli e le linee di basso potenti del nostro Tatsu a guidare le sorti del pezzo. La voce sardonica e gutturale di Scott esula in parte dalla musicalità, ma dona all’album quell’alone di sporcizia un po’ alla Black Label Society che incontra la volontà del gruppo di contestualizzare il sound d’antan.

Il platter alterna alcuni brani dai ritmi più veloci e con una vena vintage rock come “River Demon”, ad altri lenti e cadenzati a tributare l’operato sabbathiano allineandosi alle coordinate di acts precedenti di alcuni anni, come potrebbero essere gli Sleep, gli Electric Wizard o gli stessi Cathedral. Citiamo come esempio “Murderfrak Blues”, dal refrain accattivante e con linee di basso particolarmente bluesy ed orecchiabili.

Nonostante alcune macchie (vedi l’eccessiva devozione ai Sabs e alcuni momenti un po’ ripetitivi), il platter è scorrevole e potrà piacere al pubblico di settore, in particolare a chi segue le band sopraccitate.

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