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The Black Crowes – Recensione: 1972

Per il primo lavoro in studio post reunion, i fratelli Robinson hanno deciso di celebrare l’anno 1972, coverizzando alcuni brani a loro particolarmente cari, usciti 50 anni orsono.

Con una formazione completamente rinnovata, in cui dispiace non ritrovare lo storico batterista Steve Gorman (anche se il suo sostituto Brian Griffin fa ottimamente il suo dovere) e che vede all’altra chitarra Isaiah Mitchell, alle tastiere Joel Robinow e al basso Sven Pipien, musicisti scelti evidentemente molto bene, che danno continuità al tipico sound dei corvacci.

Si comincia con un’ottima versione di “Rocks Off”, tratta da quel libro dei sogni del r’n’r che è “Exile on Main Street”, ovviamente dei Rolling Stones. Qui siamo pienamente nel territorio sonoro dei Black Crowes, che fanno una versione piuttosto fedele del brano in questione non però senza la propria personalità. Diverso è il discorso per “The Slider” dei T Rex, con una versione dal riff piuttosto appesantito nei suoni, che perde la leggiadra sensualità dell’originale, anche per un’interpretazione vocale di Chris Robinson molto distante dall’originale di Marc Bolan. Il che è ovvio, avendo voci diversissime, ma forse non è, a parere di chi scrive, il brano meglio riuscito del lotto, pur risultando comunque godibile. Tocca poi a “ You Wear it Well”, dall’album “Never a Dull Moment” di Rod Stewart, ballad acustica interpretata dai nostri in modo del tutto convincente. I Little Feat, altra band molto familiare ai Crowes, sono presenti con “Easy to Slip” (cantata da Rich Robinson) in una bella versione rispettosa dell’originale, che riproduce l’atmosfera fra il southern e la west coast propria del brano dei californiani. Deciso cambio d’atmosfera con un’inaspettata “ Moonage Daydream”, tratta dall’album capolavoro “Ziggy Stardust” di David Bowie, riletta con un tempo molto veloce, decisamente meno solenne e signorile dell’originale, però molto immediata e sostanzialmente ben riuscita. Chiude il disco la celebre “Papa Was A Rolling Stone” dei Temptations, qui eseguita in una versione strepitosa, più rock che funk, che va al cuore della black music nell’interpretazione vocale di Chis Robinson, dove la chitarra slide sostituisce i fiati e dove il crescendo di intensità la avvicina ad un rito vodoo in musica; probabilmente il brano più riuscito del disco.

In sostanza il lavoro è un viaggio nei gusti e nelle origini musicali dei Black Crowes, con più Inghilterra che America, dove l’inserimento di due classici della grande epopea del glam rock non deve poi stupire più di tanto (agli esordi erano considerati molto vicini ad una sleaze band), e che pur essendo un disco chiaramente transitorio in attesa di un full lenght di inediti, è un’operazione onesta, ben riuscita ed estremamente godibile, con alcune punte veramente notevoli.

E poi diciamocelo, è veramente bello riaverli fra noi!

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