Motörhead – Recensione: 1916 (Ristampa)

Uscito originariamente nel 1991 questo album rappresenta un punto importante per la carriera dei Motörhead e per la vita dello stesso Lemmy. “1916” è infatti il disco con cui i Motörhead consolideranno la loro fama negli USA, ma soprattutto porterà lo stesso Kilmister ad abbandonare la Gran Bretagna per trasferirsi a Los Angeles, dove in quegli anni un musicista di ambiente hard & heavy poteva sentirsi sicuramente maggiormente stimato da media e colleghi.

Anche dal punto di vista musicale l’album appare abbastanza diverso dagli standard classici della band, sia dal punto di vista del suono, che vira verso una tonalità più rock e meno zozza, ma anche perché la diversità stilistica dei brani è notevole, almeno per lo standard classico del gruppo.

Il possente inizio di “The One To Sing The Blues” viene infatti accompagnato da song dal taglio decisamente rock ‘n’ roll come “I’m So Bad”, “Going To Brazil” e il tributo d’amore “R.A.M.O.N.E.S.”, ma soprattutto un paio di canzoni mostrano una facciata estremamente melodica che nessuno si sarebbe aspettato dai duri Motörhead. Stiamo parlando della aperta e divertente “No Voices In the Sky”, il cui ritornello rimane ancora oggi uno dei più easy listening pensati dalla band, ma anche, e soprattutto, della ballata malinconica e vagamente bluesy “Love Me Forever”, esperimento che porta Lemmy su un terreno che nessuno avrebbe mai immaginato poter essere suo e che tutto sommato si dimostra anche riuscito.

Belle e altrettanto particolari sono anche le due song d’atmosfera, “Nightmare/The Dreamtime” e la title track, narrazioni veritiere e passionali di guerra e crudeltà, che completano un quadro di varietà di sonorità e tematiche che nessuno si sarebbe aspettato dai Motörhead e che fa di “1916” uno dei dischi maggiormente ispirati della carriera del gruppo.

In fondo alla tracklist vengono aggiunti due inediti esclusivi per questa ristampa: la tirata “Eagle Rock”, classico brano a la Motörhead, con però una parte solistica tagliente che occupa una porzione più estesa del solito, e la più dissonante “Dead Man’s Hand”, veramente un bella song, molto rumorosa, che si avvicina in qualche modo al materiale di “Orgasmatron” e che avrebbe meritato sicuramente l’inclusione nella scaletta originale.

Etichetta: Hear No Evil Records

Anno: 2014

Tracklist:

01. The One To Sing The Blues
02. I'm So Bad (Baby I Don't Care)
03. No Voice In The Sky
04. Going To Brazil
05. Nightmare / The Dreamtime
06. Love Me Forever
07. Angel City
08. Make My Day
09. R.A.M.O.N.E.S.
10. Shut You Down
11. 1916
12. Eagle Rock (bonus track)
13. Dead Man's Hand (bonus track)


Sito Web: http://www.cherryred.co.uk/shopexd.asp?id=4525

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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