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Rancid – Recensione: Tomorrow Never Comes

Ci sono gruppi musicali che, indipendentemente dai propri ascolti, si finisce inevitabilmente per ascoltare. Si potrebbe sciorinare un lungo elenco di nomi, ma senza focalizzarci su improbabili liste della spesa è sufficientemente nominarne uno che vale per tutti: Rancid. Ebbene sì, i Rancid, con i loro oltre trent’anni di carriera fatti di riff iconici e pezzi che tutti noi balliamo e cantiamo prima di qualunque concerto, senza sentire lo scorrere del tempo e distanza di sei anni da “Trouble Maker” ritornano in scena con “Tomorrow Never Comes”.

Rancid - "Tomorrow Never Comes"

L’album, composto da 16 brani che non raggiungono la mezz’ora complessiva, non sembra accusare in alcun modo il tempo che passa ed è un perfetto salto all’indietro in un’epoca fatta di anfibi, creste colorate e pogo, quel pogo senza regole, fatto di ossa rotte in cui a fine live ci si stringeva la mano e ci si disinfettava con birra e sigarette.

Ad anticipare l’uscita dell’album troviamo l’omonima “Tomorrow Never Comes”, anche se a far veramente sognare i più nostalgici sono singoli quali “Don’t Make Me Do It” che, con velocità, imprecisione, violenza, cattiveria e un testo grezzo e scarno, non fa che scaldare gli animi, comprendendo anche quelli più tempestosi.

“Hear Us Out”, che omaggia abbastanza i Ramones come stile e come riff, è quel brano che segna, che apre alla nostalgia e che se è anche è sbagliato nella sua esecuzione, ti fa venire voglia di fregartene e cantare.

“When The Smoke Clears”, più malinconica rispetto ai brani precedenti, è la traccia conclusiva che ti fa quasi rammaricare, perché l’album è già finito.

Sulle onde del breve ma intenso, “Tomorrow Never Comes” è un album diretto, coerente con la carriera dei Rancid e che non fa che confermare l’essere in forma di Tim Armstrong, la cui attitudine scazzata al microfono è il tratto distintivo della band, e la perfetta sinergia tra i componenti storici Matt Freeman e Lars Frederiksen, co-autori di alcuni pezzi, e Branden Steineckert, ormai membro consolidato da anno, che ha saputo prendere e portare avanti l’eredità lasciata da Brett Reed.

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