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Rage – Recensione: Afterlifelines

Seguo i Rage fin dai tempi di “Perfect Man”, e da allora non mi sono mai perso un solo album della band tedesca. Ho vissuto tutti i cambiamenti di formazione e le diverse sfaccettature del loro stile musicale che nel corso degli anni e degli innumerevoli album pubblicati, inevitabilmente, ha sempre avuto un’evoluzione.
Chi conosce la band, ormai sa cosa aspettarsi, un sorta di cliché consolidato. Ci sono sempre quelle tre o quattro canzoni che escono alla distanza, che spesso diventano cavalli di battaglia, il tutto contornato da altri brani posti su un gradino più in giù, il che non vuol dire che siano brutte canzoni, piuttosto brani ben confezionati con lo scopo di poter chiudere l’album.
In questo caso stiamo parlando addirittura di un doppio album, piacevole da ascoltare, e salta subito all’occhio il fatto che ci siano subito in apertura tre brani che spiccano sui restanti pezzi dell’intero lotto.

Il primo CD di “Afterlifelines” si intitola “Afterlife” ed è in tipico stile Rage, una continuità evidente di quando fatto da Peavy Wagner e i suoi compagni Jean Bormann (chitarra) e Vassilios “Lucky” Maniatopoulos (batteria) nei precedenti due lavori con l’ultima formazione.
In The Beginning è una intro edificante, che rapidamente esplode in un arpeggio e nella prima grande canzone, End Of Illusions”, cui seguiranno Under A Black Crown” e Afterlife”, per quella che è una tripletta autoritaria, piena di potenza e con grandi riff: questi sono i Rage che conosco! Peavy è molto attento anche nel songwriting, andando a trattare temi a cui tiene in modo particolare, come in “Toxic Waves”, che tratta il tema dell’inquinamento dei mari causato dalla plastica, o Dead Man’s Eyes” è circa l’estinzione degli orangutang.

Nel lato “Afterlife” ho aprezzato particolarmente anche “Waterwar” e il suo refrain immediato, così come la successiva “Justice Will be Mine” contornata da un coro talmente ruffiano che non aspetta altro che essere intonato sotto palco al prossimo concerto! “Afterlife” si chiude con “Life Among The Ruins”, altro brano in cui traspare tutta la potenza elegante dei Rage
Nei primi undici episodi, a parte i primi tre, che personalmente preferisco, non troviamo una vera canzone che spicca selle altre, e questa non è una cosa brutta; credo semplicemente che sia la testimonianza di quanto ogni canzone sia forte e con melodie immediate.
Il secondo lato, o album, si intitoa “Lifelines” e sembra ispirarsi agli splendidi “XIII” e “Lingua Mortis”. Quando l’Heavy Metal incontra l’orchestra, il risultato non può che essere il giusto compromesso tra melodia ed energia. E questo risultato i Rage lo ottengono con il supporto del tastierista Redrum Marco Grasshoff, dai piccoli arrangiamenti di quartetto d’archi alle orchestrazioni con corde, strumenti a fiato e pianoforte. 

Si parte con la gemma “Cold Desire”, che è anche il secondo singolo rilasciato di “Afterlifelines”, mentre “Curse The Night”  e One World” sono davvero l’esempio perfetto di quando detto riguardo il connubio fra Heavy Metal e orchestra.


L’intero “Lifelines”, scorre sempre lungo gli stessi binari, ma il brano che emerge più di tutti gli altri è la magica ballad “Dying To Live”, che con la sua melodia ti avvolge, cresce in intensità, diventa sempre più autorevole.
“Lifelines”, inganna l’ascoltatore con la sua intro cadenzata, per poi incalzare in un refrain più energico e pomposo, con continui cambi di tempo; si tratta anche del brano più lungo dell’intero lotto con i sui dieci minuti di durata, in cui la tecnica dei musicisti di cui si è circondato Peavy emerge in una prova sontuosa.
“Interlude”, è un breve e piacevole ritorno al passato, col suo incedere trionfale che sfuma nella romantica e struggente “In The End”, a chiudere il sipario su “Afterlifelines”.

Questi oltre novanta minuti di musica sono il modo in cui Peter “Peavy” Wagner ha voluto celebrare i suoi quarant’anni di carriera, e in un mondo di band standardizzate, i Rage ancora oggi sono un vero concentrato di genialità e di personalità.

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