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Profanatica – Recensione: Rotting Incarnation of God

Siamo seri, cosa vogliamo di più?

La scena black metal statunitense non è di certo rinomata per la propria musicalità, per essere famosa fuori dalla propria nicchia o per essere particolarmente apprezzata, ma questo non significa che i Profanatica siano condannati all’anonimato. Fondati nel 1990 dal batterista Paul Ledney (vecchio membro degli Incantation e dei Toten e già membro del progetto Havohej), si sciolsero nel 1992 dopo aver pubblicato qualche demo. La loro riformazione nel 2001 portò comunque a un rinnovato successo, prima in ambito concertistico e poi culminato con la pubblicazione discografica dei loro primi album, tra cui il loro debutto, “Profanatitas de Domonatia”, nel 2007. Sono tutti delle collezioni di riff in tremolo goffi, di registrazioni amatoriali senza un briciolo di tecnica e più di una somiglianza con gli Incantation (per ovvi motivi già spiegati sopra): principalmente adatti per i fan di certe sonorità, ma comunque ascoltabili anche per un fattore storico non indifferente.

Non c’è niente che fa distinguere “Rotting Incarnation of God” dai precedenti album del gruppo: il materiale si basa sui famosi riff in tremolo popolarizzati dagli Incantation e ripresi da vari simili nomi, specialmente negli Stati Uniti, mentre la performance batteristica, mancante di doppia cassa, è minimale ed efficace quanto basta. A parte qualche feedback di basso o di chitarra sostenuto all’inizio o alla fine dei pezzi, non c’è un vero e proprio segno di variazione nella proposta: ogni canzone sembra uguale all’altra, che sia lunga o breve. Ecco perché c’è poco da descrivere. Volendo, si potrebbero notare il finale troncato di netto di “Prayer in Eclipse”, il dilatato outro con riverbero di “Sacramental Cum”, le frequenze assordanti inserite poco prima della fine di “In My Kingdom”  o  “Tithing Cunt”, l’unica con una struttura canzone dell’album, ma sarebbero dettagli.

Come molti gruppi mono-stilistici o pieni di cliché, i Profanatica si amano o si odiano, ed è difficile apprezzarli a metà. L’unica cosa certa è che “Rotting Incarnation of God” non deluderà i fan del gruppo e non ne porterà di certo di nuovi. Contenti loro, contenti tutti.

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