White Lion – Recensione: Pride

Un titolo scarno, una copertina così bianca che più bianca non si può, quattro volti che rasentano l’anonimato. Se oggi ci si presentasse davanti un disco così, difficilmente ce ne interesseremmo. Eppure, ‘When The Children Cry’ e ‘Wait’ sono arrivate rispettivamente al terzo e all’ottavo posto della classifica dei singoli più venduti in America, e il disco è stato seguito da un tour mondiale durato oltre un anno. Tutto questo in un decennio dove il colore, lo sfarzo e la pacchianeria sono all’ordine del giorno nella musica. Il fatto che i White Lion siano riusciti ad ottenere un successo simile in un’epoca del genere, e anche il fatto che tuttora siano uno dei gruppi maggiormente rimpianti degli anni Ottanta, ha dell’incredibile.

Uno dei segreti è sicuramente l’alchimia praticamente perfetta raggiunta dall’accoppiata Mike Tramp/ Vito Bratta. Il primo, un giovane danese emigrato oltre oceano, non ha una voce particolarmente acuta, alla Sebastian Bach, per intenderci, ma è il suo timbro leggermente sporco, perfetto per l’hard rock, a renderla del tutto particolare e facilmente distinguibile. Il secondo è, senza ombra di dubbio, uno dei migliori chitarristi metal, sia per creatività che per abilità tecniche, del decennio, e ogni canzone di questo disco lo conferma. Neanche quaranta minuti di disco, un’inezia, ma al tempo stesso un concentrato di atmosfere diverse, di riflessioni, di spensieratezza. ‘When The Children Cry’ è un inno all’utopia di un pacifismo di cui si sentiva molto l’esigenza, in un’epoca segnata anche dalla fine della guerra fredda, di un mondo che non ha più bisogno di presidenti perché tutti sono uniti. ‘Lady Of The Valley’ (dove la chitarra di Bratta esprime in un assolo la solitudine di un dolore difficile da esprimere a parole) tratta lo stesso tema, anche se in modo più velato e meno universale, mentre ‘Don’t Give Up’ è un classico pezzo hard rock che incita a non mollare anche se conduciamo una vita piatta e i nostri datori di lavoro ci trattano come pezze da piedi; ‘All You Need Is Rock ‘n Roll’ fa allegramente il verso ai Beatles. Infine, ‘Wait’, e soprattutto ‘Hungry’ sono due modi completi per dichiarare il proprio amore in modo definitivo.

“Pride” è quindi il punto più alto della breve carriera del quartetto di New York; senza nulla togliere ai lavori che precedono e seguono questo disco (il secondo in ordine di tempo, per la precisione, datato 1987), questo è il più vicino alla perfezione, assolutamente impedibile per gli amanti dell’hard rock di due decenni fa. In un certo senso, è un disco che non è invecchiato, perché non ha perso la sua carica e i suoi molti messaggi anche a quasi vent’anni dalla sua pubblicazione. Di certo non è una dote comune.

Etichetta: Atlantic

Anno: 1987

Tracklist:

01. Hungry
02. Lonely Nights
03. Don't Give Up
04. Sweet Little Loving
05. Lady Of The Valley
06. Wait
07. All You Need Is Rock 'n Roll
08. All Join Our Hands
09. When The Children Cry


anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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