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Powerwolf – Recensione: The Sacrament Of Sin

Fa sorridere il fatto che anni fa venisse comunemente utilizzato dal metallaro medio l’epiteto “commerciale” per definire ogni album, specialmente non metal, che possedesse un format prestabilito e pulitino… con lo stesso concetto applicato al nostro genere gran parte delle band heavy di successo degli ultimi anni nemmeno esisterebbero. Tra questi sicuramente vanno annoverati i divertentissimi, scanzonati, leccatissimi e commercialissimi Powerwolf

Tutto nella loro proposta sa di (ottimamente) preconfezionato: a partire dall’immagine di finti cattivoni un poco porcellini (che in fondo il sesso piace a tutti), ma sempre schierati dalla parte dei buoni veri, quelli un poco alternativi e burberi, non gli ipocriti che si nascondono dietro alla religione per coprire le loro nefandezze. Continuando con la gloriosa epicità delle parti sinfoniche, perfettamente studiate per arricchire una base metal che altrimenti sarebbe facile liquidare come una banalotta miscela di cose già sentite e risentite. Per finire, ovviamente, con tutta una serie di ritornelli tanto azzeccati quanto ripetuti e, per non sbagliare, molto simili a quelli già proposti in passato.

È questo un altro punto piuttosto controverso. Va bene che la storia dice il metallaro ama le band che rimangono coerenti al loro stile e schifano spesso i cambiamenti, ma molte delle formazioni attuali stanno forse un po’ cominciando ad esagerare nel riproporre la stessa identica formula con poche variazioni disco dopo disco… Nel caso dei Powerwolf la cosa è poi tanto palese, e evidentemente cercata, da non meritare nemmeno una discussione in merito.

A tutto questo discorso va però contrapposto un ragionamento altrettanto valido, ovvero che bene o male, con tutti i limiti fin qui sciorinati, i Powerwolf il loro sporco lavoro lo sanno fare alla grande e tutte, dico tutte le canzoni incluse in “The Sacrament Of Sin” riescono in qualche modo nel loro compito di rimanervi in testa, riaffiorando mentre siete in fila al supermercato o ad una noiosa riunione di lavoro. Merito sicuramente di un songwriting studiato per essere accattivante, con qualche inflessione accostabile all’hard rock mittel-europeo nei momenti più melodici, ma anche di un cantate veramente bravo e personale come Attila Dorn. La sostanza e la qualità quindi non mancano.

Il problema sta forse nel ruolo a volte forzatamente serioso che si assegna alla musica heavy metal. Se infatti prendiamo i Powerwolf come una collaudata macchina da intrattenimento, una godibile alternativa al pop imperante nei mass media ai nostri tempi, allora ben vengano canzoni come “Demons Are Girl’s Best Friend” (titolo degno dei Lordi) e il loro bubble gum metal da cantare sotto la doccia. Insomma, stappatevi una birra, accendete lo stereo e godetevi 45 minuti di relax e corettoni… senza farvi troppe domande.

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