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Port Noir – Recensione: The New Routine

Sono stati una piacevole sorpresa in occasione della pubblicazione del loro precedente album “Any Way The Wind Carries” (dopo un primo lavoro e un EP praticamente introvabili) i Port Noir, fautori di un interessante alternative rock arricchito di svariate contaminazioni provenienti dal neo prog, dall’elettronica e dal metal; è seguito poi un tour di spalla ai Pain Of Salvation caratterizzato da una convincente risposta di pubblico per questo trio svedese.

Il groove con basso in evidenza è protagonista del sound dei Port Noir anche nel nuovo “The New Routine” già da “Old Fashioned”, un pezzo che (come anche “Champagne”) ricorda i primi Pure Reason Revolution; azzeccata l’apertura del ritornello che da respiro ad una canzone abbastanza martellante nel suo incedere.

È svanito purtroppo l’effetto sorpresa della proposta di Love Anderson e compari quindi l’ascoltatore che già li conosce potrebbe approcciare in modo un po’ più freddo questo nuovo album; “Blow” strizza l’occhio all’electro-pop anni ‘80 con un mordente più rock, “13” invece mi ha ricordato i Rage Against The Machine senza la stessa rabbia mentre si può percepire sparsa un po’ su tutto l’album l’influenza di una band come i Muse (sia quelli di inizio carriera che quelli “opinabili” di oggi).

“Drive” è quasi sfacciata nella sua semplicità compositiva ma possiede un groove danzereccio davvero contagioso che ci proietta verso la fine di un lavoro non entusiasmante ma nemmeno pessimo, con alcuni aspetti innovativi da salvare (più che altro a livello di apertura mentale) ed altri che non fanno ancora uscire i nostri dalla mediocrità.

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