Porcupine Tree: Live Report della data di Milano

Partiamo innanzitutto da un fatto ormai noto ai frequentatori più assidui dei locali milanesi: per un’ordinanza comunale i concerti nell’agglomerato urbano non possono sforare di molto le 23h00 e quindi spesso i gruppi si vedono costretti ad amputare scalette che altrove normalmente sono più lunghe e complete.

Nel caso in questione a farne le spese sono stati soprattutto gli Anathema, gruppo non più abituato a fare da opening act (a detta dello stesso Vincent) che si è visto ridurre la propria esibizione a poco più di mezz’ora; a onor del vero, nonostante un atteggiamento molto distaccato da parte di tutta la band (frontman già citato a parte) le canzoni hanno tutte ammaliato il pubblico con il loro sapore malinconico e languido…con l’apertura di un’inaspettata ‘Fragile Dreams’ seguita da una serie di highlight come ‘Balance/Closer’, ‘One Last Goodbye’, ‘Flying’ e la superlativa ‘Release’. Danny Cavanagh sembra capitato per caso sul ridotto palco a disposizione degli albionici eppure sciorina una serie di assoli sentiti e pieni di gusto; il fratello si conferma uno dei vocalist più sottovalutati della scena rock e degna spalla chitarristica. In generale comunque la band dimostra di essere estremamente valida dal vivo come ha recentemente dimostrato il grazioso DVD ‘Were You There?’

Veloce cambio di scena ed eccoci catapultati direttamente sotto il palco ad assistere all’attacco di ‘Deadwing’, title track dell’ultimo album dei Porcupine Tree gruppo che per l’ennesima volta mostra un feeling straordinario con l’Italia ed anche con le esibizioni live dato che anche questa sera risulterà inattaccabile sotto ogni punto di vista. La scaletta è ben bilanciata andando sia a pescare nel passato che tra i pezzi più recenti: sono stati proposti ad esempio due pezzi tratti da ‘Up The Downstair’ (lo strumentale ‘Burning Sky’ e ‘Fadeaway’) che verrà ripubblicato il mese prossimo con la batteria acustica a sostituire le parti elettroniche; un paio di estratti rispettivamente da ‘Stupid Dream’ e ‘Lighbulb Sun’ e la parte preponderante di canzoni da ‘In Absentia’ e ‘Deadwing’ appunto. A livello personale Steven Wilson catalizza l’attenzione degli astanti come sempre, John Wesley riempie ancor più il suono dei “porcospini”, Colin Edwin e Richard Barbieri sono presenze quasi impalpabili on stage (anche se importantissimi per l’economia della struttura portante dei pezzi) ed infine Gavin Harrison alla batteria che, pur defilato sul retro, è il vero protagonista della serata: non un errore, una tecnica senza pari, un gusto per l’arrangiamento percussivo tipico solo dei grandi e, cosa non da poco per un gruppo che ultimamente ha decisamente indurito il proprio sound, una potenza immane. Alcuni pezzi sono stati veramente incredibili: ‘Trains’, ‘Blackest Eyes’, ‘Arriving Somewhere But Not Here’, ‘Even Less’ ed in aggiunta a questa estasi sonora il pubblico è stato “trasportato” dalle immagini realizzate da Lasse Hoile appositamente per la band e proiettate sullo schermo retrostante; per circa due ore quindi abbiamo assistito allo show di quella che non ci vergogniamo di indicare come una delle icone rock moderne…con tutti i riferimenti del caso (Pink Floyd e Beatles su tutti) è vero…ma anche con un’estrema varietà compositivo/esecutiva. Alla prossima…ci saremo sicuramente.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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