Plini: Live Report e foto della data di Milano

Una serata all’insegna di tanta tecnica e progressive metal strumentale. Al Legend Club di Milano va in scena una serata imperdibile per i fan di Plini e del filone strumentale che si è creato nel decennio 2010-2020. Il chitarrista australiano fa sold out nel celebre locale milanese e con lui troviamo i virtuosi Owane e Jakub Zytecki.

OWANE & JACK GARDINER + JAKUB ZYTECKI

Il chitarrista norvegese Oyvind Pedersen, in arte Owane, è già noto ai fan del prog metal non soltanto per la sua onesta carriera solista ma anche per alcune sporadiche collaborazioni, tra cui proprio quella con l’headliner Plini. Per un profano del genere del progressive metal strumentale, il rischio è quello di annegare in un mare di note senza colore e che si somigliano un po’ tutte. Infatti non è raro confondere Owane con Sithu Aye oppure David Maxim Micic…o addirittura lo stesso Plini. Per i più interessati invece, le differenze sono molte, ecco perché i fan sono accorsi in massa a questa serata e già a partire dalle ore 19:30 il locale è gremito di ragazzi dall’età media abbastanza bassa, segno di quanto sia relativamente giovane questo nuovo genere. L’interazione dei chitarristi con il pubblico è facilitata dal tastierista italiano, che dialoga con i presenti per scaldare un ambiente già abbastanza caloroso. Il concerto scorre veloce, nella mezz’oretta di tempo dedicata al duo virtuoso la maggior parte della scaletta è occupata dal nuovo album “Guardian Spirits Of The Quantum Universe”, pubblicato nel 2022 come Jack & Owane. Le sonorità sono molto leggere, funky e spensierate, a partire dall’iniziale “Glitter”, per proseguire con la più tecnica e “tamarra” “Action Boyz”. Molto melodica ed elaborata “Never Forever Together”, preceduta da “Materia”, singolo che non fa però parte dell’album di coppia. C’è spazio anche per la rivisitazione dal vivo di due tracce della carriera solista di Owane, ovvero “Love Juice” e “Born In Space”, inframezzate dal brano “U.T.F.F”. Un inizio di serata carico di note e tecnica, per prepararci all’esibizione del chitarrista australiano.

Sono le 20:15 e, preciso come un orologio svizzero, anzi polacco, fa il suo ingresso Jakub Zytecki con la sua band strumentale. Notiamo anche un microfono sul palco, proprio nelle immediate vicinanze del chitarrista e frontman, segno che sentiremo anche la voce in questa esibizione. Così è, infatti, ed è proprio Jakub ad allietarci con alcune linee vocali durante il suo concerto di discreta durata, tre quarti d’ora all’incirca. La scaletta attinge a piene mani dai suoi tre full lenght “Wishful Lotus Proof”,rilasciato nel 2015, a poco più di 20 anni d’età, e “Nothing Lasts, Nothing is Lost” del 2019 e dal nuovissimo “Remind Me”, uscito poche settimane prima del concerto milanese. L’esibizione comincia con l’eclettica ed elettronica, quasi ambientale, “Slot Machines, Fear Of a God”. La chitarra fa il suo ingresso nella successiva “Opened”. Nonostante si parli sempre di progressive metal strumentale, il genere è molto differente dall’esibizione precedente e si avvicina maggiormente alle ambientazioni sonore create da Plini in “Handmade Cities”. Altro estratto onirico e ambientale dal nuovo “Remind Me” è l’intermezzo “Things You Can’t Name”, che ci porta al singolo “HEART”, cantato proprio dal chitarrista stesso, brano molto distorto e a tratti djent. Simile al lavoro di Plini è anche “Future Shock”, più particolareggiata e caratteristica invece è “Caught In A Cloud”, come una domenica pomeriggio di un quadro della corrente pittorica del puntinismo. Dopo la coppia “r a u m” e “Wait”, tratte anch’esse dall’ultimo disco, passiamo alla splendida “Yesterdead” dell’EP del 2017 “Ladder Head”. Lo stile di Jakub è davvero unico e inconfondibile, in questo mare di uscite progressive metal degli ultimi 10/12 anni, tra singoli, EP e chi più ne ha più ne metta, e “Sunflower” ne è la dimostrazione, il tocco del chitarrista è senz’altro una firma riconoscibile. Chiude questi 45 minuti di ottima musica la dolce “Letters”, dall’EP

Feather Bed”. Siamo pronti per sentire Plini, dopo un’apertura con i fiocchi da parte di tutti i chitarristi e band di supporto chiamati in causa.

PLINI


È il momento dell’attesissimo headliner, il Legend è gremito di persone, forse anche qualcuna in più della reale capienza massima del locale perché non c’è neanche un centimetro a disposizione per potersi girare agevolmente. Forse, visto l’afflusso, una location leggermente più capiente avrebbe risolto la situazione. L’eccitazione è alle stelle e Plini si presenta con la lunga e complessa “The Glass Bead Game”, poi “Papelillo” e “I’ll Tell You Someday”, un trio estratto dal secondo album in studio “Impulse Voices”. Nonostante la grande produttività ad inizio carriera, con vari singoli interessanti e qualche EP, sono soltanto 2 i dischi rilasciati dal chitarrista australiano, con “Handmade Cities” che forse aveva una marcia in più. Infatti, le 3 tracce successive “Flaneur”, “Away” e “Kind” sono estratte dai vari EP della sua colorata discografia. C’è spazio anche per la titletrack di “Handmade Cities” e il pubblico sembra visibilmente contento per questa scelta. Si continua con un’altra coppia presa da “Impulse Voices”, cioè “Perfume” e la traccia che dà il titolo all’album, entrambe, come già accennato, un gradino sotto rispetto ad “Handmade Cities” che aveva innalzato alle stelle la qualità della scaletta. Il materiale degli EP è tanto e di grande pregio e, dato che merita risalto, Plini sceglie uno dei brani che in molti speravano di sentire, ovvero “Heart”, scritto e inciso in collaborazione con la seconda chitarra di Jake Lowe, fidato membro della sua band turnista da ormai un decennio. Ci avviciniamo alla conclusione, dopo quasi un’ora di concerto, e Plini decide di lasciare il meglio del suo repertorio nelle battute finali, con “Cascade” ed un altro brano particolarmente lungo ed elaborato, cioè “Paper Moon” dell’EP “The End Of Everything”. Qui il Legend si colora di luci e suoni da mondo fatato. Siamo agli sgoccioli e Plini, con fare scherzoso, ci confida che non lascerà il palco per recarsi nel backstage e fingere una nuova entrata in scena, semplicemente continuerà a suonare come sempre. Dopo “Pan”, il pubblico è letteralmente in visibilio per la conclusiva “Electric Sunrise”: un fiume di note scaturite dalla Strandberg dal manico mozzato ci stordisce e siamo di fronte al miglior brano della serata, dell’album “Handmade Cities” e forse dell’intera discografia di Plini.

La fiaba è finita, i suoni onirici del giovane chitarrista australiano lasciano spazio al silenzio e ai fan che tentano la fortuna cercando un plettro nelle immediate vicinanze del palco. Una serata magistrale con l’unica pecca di un locale eccessivamente piccolo per un afflusso di pubblico davvero impressionante e che forse nemmeno lo stesso Plini si sarebbe atteso di vedere. Attendiamo il prossimo concerto, il prossimo tour e magari il prossimo album, con la felicità di aver assistito alla serata di uno dei migliori chitarristi in circolazione nell’ambito progressive metal.

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