Pino Scotto: “Vuoti di Memoria” – Intervista all’artista

Ci troviamo a Milano, poche ore prima che inizi il concerto con cui i Motörhead tornano in Italia dopo tutti i problemi che conosciamo bene, il cielo grigio lattiginoso non lascia ancora presagire che fra poco si riverserà una buona quantità di acqua sul pubblico presente, che va ad aumentare l’acidità di stomaco per la contemporanea eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio. Eppure, in questa  serie imminente di catastrofi, Pino Scotto, che aprirà la serata prima di Lemmy & Co., dopo avere fatto tranquillamente il suo soundcheck, appare rilassato e in ottima forma, sempre fermo nelle sue convinzioni ma più pacato nell’esprimersi. Se qualcuno si complimenta con lui per il fatto di apparire così in buona forma, lui risponde semplicemente: “E’ il rock and roll che mantiene giovani”.

All’indomani della tua ultima uscita discografica, “Vuoti Di Memoria”, c’è stato chi, almeno sul web, ti ha accusato di aver compiuto un voltafaccia: tu, che per anni ti sei scagliato contro le cover band, hai eseguito un album che è per la stragrande maggioranza composto da cover. Vorresti spiegare meglio l’origine dell’album?

Io l’ho visto come un percorso fra musica e cultura. Io faccio un album ogni due anni e dopo, fortunatamente, facciamo molte date dal vivo. Durante l’ultimo tour, quello di “Codici Kappaò”, mi stavo accorgendo che tutto quello che si sente in giro adesso, musicalmente parlando, ma anche le band grosse, sono tutte copie delle copie delle brutte copie…ragazzi, io ho visto Jimi Hendrix dal vivo. A un certo punto, una notte eravamo in un albergo a Roma e ho visto su un qualche canale televisivo un servizio sul fascismo, e hanno fatto sentire questo brano (“E’ arrivata la bufera”, ndr), che io per primo mi ero dimenticato, scritto da Renato Rascel nel 1956, che era stato scritto un po’ per sdrammatizzare il fatto che l’Europa stava entrando in guerra, e un po’ per prendere per il culo questa gente, in poche parole. Lì ho avuto una specie di illuminazione. Mi sono detto: cazzo, io devo recuperare questi brani importanti, di questi cantautori che già in quegli anni scrivevano cose importanti, che non lo fa più nessuno oggi. Da lì è nato l’album ed il vuoto di memoria, perché io stesso mi ero dimenticato dell’esistenza di quel brano. Il comune denominatore per i brani in italiano sono i testi, testi importanti, che magari oggi li scrivesse Cimabue (sic!), magari…potrebbero risvegliare le coscienze di queste nuove generazioni. Invece questi cantano, cantano, e ancora non ho capito un cazzo di che cosa cantano. L’idea all’inizio era di fare due CD, uno di cover italiane e uno di cover in inglese, poi alla fine mi sono detto che probabilmente era un po’ troppo, così ho fatto una cernita e mi sono rimasti i brani che ho incluso nell’album. I testi di quei cantautori, purtroppo, sono più attuali oggi che allora. Per quanto riguarda la parte inglese, si comincia con Elvis, con cui avevo un debito da quando avevo 17 anni. Nel mio paesino, in provincia di Napoli, allora, e tu sai quanti anni ho io, ascoltavamo Rita Pavone e Gianni Morandi, e quello era metal per allora. Ad un certo punto è arrivato un tipo, che era un po’ più grande di noi ed era andato a lavorare sulle navi, e ha portato un 45 giri di Elvis, quello di “Jailhouse Rock”.  Lì ho visto la luce e ho scoperto che c’era un’altra musica. Anche questo è un percorso che fa parte del periodo da quando ho cominciato ad ascoltare rock.

“Vuoti di memoria” contiene anche una serie di ospiti speciali, alcuni anche inaspettati, come ad esempio Drupi.

Drupi nel suo genere è famosissimo, anche nei Paesi dell’Est è famosissimo, è uno che va ancora a giocare a carte nel paese con i suoi amici d’infanzia, ed è un vero maestro della pesca; gli ho chiesto di collaborare ed ha accettato subito. Poi c’è Blaze Bailey nella cover del pezzo dei Motörhead, Maurizio Solieri e Riki Portera, sono tutti amici in poche parole: tu li chiami e vengono, senza problemi. Una collaborazione importante è quella che ho avuto con Filippo e Tommaso Graziani, i due figli di Ivan nella cover de “Il chitarrista”. Quel pezzo lì, in poche parole, parla della bastardaggine del rock and roll, di questo tipo che è in questo locale e con un mazzo di carte truccate fotte la donna a un altro. L’altro motivo per cui ho scelto quel brano è il grande affetto che mi legava ad Ivan, per questo ho voluto i figli nel brano. Filippo è bravissimo alla chitarra, aveva un suo progetto, i Carnera, è anche andato a Sanremo quest’anno, e Tommy è un batterista che in pochi conoscono, ma che è veramente bravo.

Una cosa evidente a tutti quelli che guardano il calendario delle tue date live, oltre al fatto che suoni tantissimo in giro per l’Italia, è che vai spesso a suonare in piccoli paesi dove i grandi live non arrivano mai. Come mai scegli queste località, e che accoglienza ricevi in genere dal pubblico?

È fondamentale andare a suonare nei piccoli paesi, perché c’è tanta gente che non si muove da lì, e allora siamo noi che dobbiamo andare da loro: se Maometto non va alla montagna…adesso sta succedendo quello che succedeva anche su Rock TV. Nei primi tempi, su Rock TV mi scrivevano solo ragazzi che mi chiedevano: “Che cosa ne pensi degli Iron Maiden?”, invece adesso nell’80% dei casi sono ragazzi che mi scrivono dei loro problemi, dei problemi di dove vivono, delle loro zone. Ci hanno messo un po’ a capirlo, ma finalmente hanno capito che sono vero. Io sono così, nel bene e nel male. Io credo ancora di essere come Don Chisciotte: lo so che combatto contro i mulini a vento, però qualcuno lo deve fare. Andando in giro adesso, sto vedendo la peggiore Italia in assoluto da quando sono nato. Non c’è più meritocrazia, non c’è più rispetto per l’arte, hanno distrutto l’arte completamente. Io prenderei la gente come la De Filippi e li metterei in galera per spaccio di demenza, eppure continuano. Non c’entra neanche il Festival di Sanremo; se fosse un festival della canzone italiana, sarebbe giusto che ci fosse, perché c’è anche una canzone italiana, invece da anni portano gli ospiti per fare più audience, e alla fine buttano solo via un sacco di soldi. Poi, purtroppo, sai che non si vendono più dischi, le major in tutto il mondo hanno licenziato un sacco di gente, e la gente che scarica non se ne rende conto, perché siamo tutti bravi a rubare: non sanno che facendo così hanno distrutto un mercato, hanno lasciato a casa un sacco di gente. La musica non è solo chi suona e chi canta, c’è un mucchio di gente che ci lavora attorno, e così hanno creato altra disoccupazione. Però purtroppo, come dice mia mamma, l’essere umano più sano ha la rogna!

Un altro tema di cui ti abbiamo sempre sentito parlar male sono i talent show…

Non è che ne parlo male, ma la gente ha mai visto uscire da lì qualcuno con un po’ di cervello, con un po’ di voce? Lo fanno apposta, lo sanno, sono persone che devono durare una stagione e poi lasciare il posto agli altri, allora prendono quelli che mettono lì a fare le cover (perché noi italiani siamo bravissimi nel fare il Karaoke) e li mettono lì a fare le fotocopie delle fotocopie. Guarda quello che è successo a “The Voice Of Italy”: si sapeva già dall’inizio chi avrebbe vinto, però hanno detto che l’anno prossimo ci sarà il Papa in tanga (risate, ndr)!

Ma se ti proponessero di condurre un talent show o di esserne un giurato, accetteresti?

Me l’hanno proposto, anche se non era una manifestazione così importante. Non avrei neanche voluto soldi, bastava che facessero quello che avevo proposto. Tu sai che ho un progetto per i bambini del Centro America? Bastava che facessero una donazione per i bambini, però gli ho detto: non voglio cover, voglio solo brani originali. Sai cosa mi hanno risposto? Se facciamo così, non ci ascolta nessuno. Forse hanno ragione loro, però qualcuno deve iniziare questa guerra.

In conclusione, hai accennato a un progetto di solidarietà per il Centro America, vorresti spiegare meglio di che cosa si tratta?

Questo progetto è nato insieme alla dottoressa Caterina Vetro, una psicologa giovanissima, che abbiamo ormai da cinque anni. Abbiamo lavorato in Belize, in Cambogia, abbiamo realizzato una clinica in una discarica del Guatemala, per i bambini che lavorano in mezzo alla spazzatura. Caterina riparte il 7 luglio e andiamo ad ampliare una fabbrica di sapone in cui abbiamo messo a lavorare delle donne, ne metteremo delle altre, sperando che con questo stipendio che prendono non mandino i bambini a prostituirsi per strada. Però stiamo parlando di una goccia nell’oceano; se quelli che veramente lo possono fare lo facessero, non ci sarebbero i bambini in mezzo alla strada che muoiono di fame in mezzo alla strada. Poi mi chiedo se queste persone riescono a guardarsi allo specchio, senza contare di questa politica infame che continua, hanno messo in ginocchio un Paese e questi continuano a farsi i cazzi loro. Il massimo che sappiamo fare è andare in piazza con i cartelli a chiedere lavoro; io non sono una persona violenta, ma se potessi prenderei un po’ di questi politici e li impiccherei in Piazzale Loreto, dove hanno appeso il duce, e vedi se dopo non smettono.

(nella foto, Pino Sotto con la band)

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anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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