Transtlantic: Intervista a Pete Trewavas

Piacevolissima chiacchierata telefonica con Pete Trewavas, bassista dei Transatlantic (ex a questo punto, visto che non sono più…), nonché dei Marillion. Veramente un interlocutore squisito, con i suoi modi da gentleman inglese, capace di lasciar trapelare un enorme entusiasmo per i suoi progetti pur mantenendo sempre un aplomb tutto anglosassone, ed anche disponibilissimo nel chiacchierare a tutto tondo, e non solo a fare promozione al doppio CD e al doppio DVD dal vivo che i Transatlantic hanno appena pubblicato.

Allora Pete, hanno incastrato te per la promozione visto che tutti gli altri sono impegnati?

"Eh già, Neil e Mike sono in tour insieme, e anche Roine era impegnato… sembra proprio che tocchi a me! Comunque ti chiamo comodamente da casa, per cui non è un grosso problema!"

Allora, qual’è il punto della situazione in casa Transatlantic?

"La situazione è pessima direi, visto che Neil ha deciso di lasciare i Transatlantic, oltre che gli Spock’s Beard, il che è veramente triste. Ha deciso di prendersi un po’ di anni di pausa per dedicarsi a quello che vuole fare lui"

E senza di lui i Transatlantic non esistono più.

"Direi proprio di no, il gruppo non sarebbe più lo stesso senza uno di noi quattro. Immagino solo che ci sia da aspettare. Penso che Neil abbia voluto dedicarsi alla sua musica, e alle sue convinzioni, e questo è difficile da fare in un gruppo."

Ma è stata una sorta di crisi oppure semplicemente una scelta?

"Non credo si possa parlare di crisi, ma molto spesso lavorare in un gruppo è frustrante. Molte delle tue idee non vengono usate, oppure sono utilizzate in modo diverso da come le avevi concepite all’inizio, per cui posso capire le motivazioni che l’hanno spinto a staccare la spina. Comunque penso che dopo che si sarà rilassato un po’ sarebbe bello rimetterci insieme e ricominciare a produrre qualcosa come Transatlantic. Comunque sono tutte speculazioni mie, vedremo quello che succederà. Però mi è rimasta la sensazione che i Transatlantic non abbiano finito quello che dovevano fare. Il primo album era solo un progetto, mentre sul secondo siamo diventati un vero e proprio gruppo, e penso che ci fossero ancora parecchi margini di crescita, ed è un peccato lasciare perdere. Inoltre è stato un successo, e non intendo solo commerciale, ma su molti livelli, è stato veramente divertente e sono davvero orgoglioso dei risultati."

E quindi questo live è una sorta di celebrazione per la fine dei Transatlantic?

"Beh, a questo punto sì, anche se non è nato con questa intenzione lo è diventato."

Era per cercare di dare una spiegazione al secondo doppio live della vostra carriera, con solo due album da studio all’attivo.

"In effetti è un po’ strano, sono d’accordo con te. Ma… beh, credo che fosse la cosa giusta da fare. Il ‘Live In America’ è stato realizzato per le pressioni di moltissimi fans in giro per il mondo, che volevano sentire come suonavamo dal vivo, visto che avevamo fatto date solo negli USA. Alla fine si è rivelato una specie di bootleg ufficiale per come è stato realizzato. C’è in un certo senso lo spirito che trovi in ‘Genesis Live’, una istantanea di come il gruppo suonava in quel momento. Invece ‘Live In Europe’ è realizzato in una maniera molto più professionale, abbiamo noleggiato la troupe, tutte la apparecchiature per registrare"

Dall’esterno sembra un po’ una speculazione, un tentativo di far fruttare il nome Transatlantic finché è caldo.

"Beh, il nostro tour europeo in un certo senso è stato un evento, una cosa di cui hanno parlato in molto in tutto il mondo, ma molti non hanno potuto assistere ai nostri concerti. Poi è vero, c’è un mercato musicale… non è solo una questione di business comunque, c’erano molte persone davvero interessate, e l’etichetta ha pensato di filmare uno dei concerti… secondo me è stata una grande idea. Sono molto soddisfatto, sono due DVD pienissimi di materiale. La serata che è stata filmata, a Tillburg, eravamo a metà del tour. C’era già molto affiatamento, che però è migliorato ancora con le altre date. Penso che il nostro concerto migliore, il migliore di sempre per i Transatlantic, sia stato quello di Milano, la data conclusiva del tour, e probabilmente anche l’ultimo concerto in assoluto. Penso sia stato un evento di cui si parlerà negli anni, peccato non sia stato quel concerto ad essere filmato. D’altronde bisognava scegliere, non potevamo permetterci di noleggiare l’apparecchiatura per ogni data. Comunque nel secondo DVD ci sono moltissimi filmati fatti da noi nelle varie date, è già qualcosa."

Visto che suoni in due tra i gruppi prog più influenti, cosa ne pensi dello stato di salute della scena progressive?

"Guarda, ne parlavamo giusto ieri con gli altri ragazzi dei Marillion: ormai in Inghilterra la parole ‘progressive’ è praticamente una parolaccia! Nessuno si definisce progressive, è una definizione che non viene più presa sul serio. Anche gruppi come i Radiohead, che secondo me potrebbero essere accostati al genere, non vogliono assolutamente essere associati con la parola. Nel resto d’Europa invece, Olanda Germania, Italia, e anche in Spagna, la scena è abbastanza vitale"

Però dopo la fioritura di gruppi degli anni ’90 ultimamente non sono emersi nomi capaci di esprimersi a altissimi livelli.

"Ci sono i Pain Of Salvation che sono molto bravi, anche se sono abbastanza heavy. E poi Daniel, che ha partecipato al nostro tour, è un ragazzo talmente squisito e genuino… In realtà non sono molto informato sulle novità, perché è da due anni che sono impegnato nelle registrazioni del prossimo Marillion, che sarà un doppio concept assolutamente eccezionale, ed uscirà all’inizio dell’anno prossimo. Quando registro tendo ad isolarmi, a non ascoltare nulla di esterno per concentrarmi sulla mia musica. Poi quando sono in tour giro per negozi nelle varie città a caccia di novità. Per cui sono rimasto un po’ indietro! L’unico disco nuovo che ho ascoltato ultimamente è quello dei Superfurry Animals, che mi è piaciuto parecchio, strano e pieno di influenze diverse."

Ti è mai capitato di suonare in paesi del medio oriente, o in paesi musulmani?

"No, purtroppo no. Non sono mai stato in questi posti, nemmeno da turista. Mi piacerebbe molto andarci, anche se adesso non è proprio il momento giusto, soprattutto se sei inglese o americano. Non vorrei parlare troppo di politica, ma la situazione sta veramente impazzendo. Sono stato in tour con la band di Steve Hogarth, la H-band, e avevamo due musicisti musulmani. Sono nati e vissuti in Inghilterra tutta la loro vita, ma giustamente si pongono delle domande… quando potrà andare avanti questa storia? Bush vuole conquistare tutto il mondo? Ormai c’è una commistione di razze in tutto il mondo, e da questo dovrebbe nascere una grande forza. Anche in musica è così, ci sono moltissime contaminazioni con musiche etniche, africane o indiane, e i risultati sono ottimi. E’ anche un modo molto forte per fare circolare le idee. Al contrario credo che questo muro contro muro non porti da nessuna parte."

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