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Periphery – Recensione: Periphery IV: HAIL STAN

È stata accompagnata da un certo riserbo la pubblicazione di questo nuovo album dei Periphery (non il quarto come si sarebbe portati a credere dal titolo visto che non dobbiamo dimenticare i due episodi “Juggernaut Alpha & Omega”) nonostante la band abbia dedicato un anno intero alla sua preparazione (e lo si può notare dalla cura dei particolari).

E gli americani non fanno certo le cose semplici in barba a chi credeva si potessero adagiare sugli allori dopo la nomination ad un GRAMMY Award per “Best Metal Performance” nel 2017, anzi pubblicando questo album come il primo per la loro 3DOT Recordings.

Si parte infatti con “Reptile”, 16 minuti cangianti tra il teatrale e quel djent metal che i nostri hanno contribuito a codificare; bella l’apertura di clean vocals sul ritornello dopo che nelle strofe Spencer Sotelo ci ha scaricato addosso la consueta rabbia in screaming. Possente il lavoro di batteria di Matt Halpern, l’interazione delle tre chitarre e gli arrangiamenti dal tocco sinfonico, insomma un pezzo d’apertura centrato in pieno.

“Blood Eagle” è al limite del deathcore con solo qualche arrangiamento alla Devin Townsend: è sempre presente una parte “defaticante” nella porzione centrale per poi tornare massiccia grazie ad una marcia dispari di doppia cassa.

È ancora un Sotelo tarantolato a guidare “CHVRCH BVRNER”, vicina ai Dillinger Escape Plan mentre “It’s Only Smiles” è al contrario pezzo ad ampio respiro, melodic rock sia nelle intenzioni che nella resa.

Un loop elettronico alla Tangerine Dream guida “Crush” e la batteria effettata si allinea alla concezione del pezzo; dopo la scarica thrash destrutturata di “Sentient Glow” si chiude in maniera sempre bilanciata tra delicatezza e aggressività in “Satellites”.

Solito album ben concepito dai Periphery che nonostante quanto si potrebbe pensare osservando l’artwork aggiunge qualche colore nuovo alla paletta compositiva dei nostri ma senza snaturare un sound ormai cementato.

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