Pearl Jam: Live Report della data di Assago (MI)

Nonostante qualche cedimento negli ultimi tempi (almeno da ‘Binaural’) ed un ultimo album sicuramente apprezzabile ma che non faceva gridare al miracolo, il valore dal vivo dei Pearl Jam resta indiscusso, e la quantità di persone che assiepano il Forum questa sera, con biglietti esauriti da mesi, confermano quanta sia l’attesa per questo gruppo ed per un’altra sua grande esibizione…

Come aperitivo salgono sul palco i My Morning Racket, gruppo decisamente non molto noto, e che difficilmente verra’ citato ai figli dei presenti come uno degli elementi da ricordare della serata: pezzi molto dilatati, melodie ricercate in cui le chitarre si intrecciano con mestiere, ma l’idea di già sentito è abbastanza forte e i rimandi a gruppi come i Goodspeed You Black Emperor o i Flaming Lips nei passaggi più delicati sono evidenti.

Un veloce cambio palco, una breve intro registrata e gli ultimi reduci di Seattle, accompagnati da una scenografia scarna fatta solo di un arco di luci e un fondale monocromo, ci investono subito con una sequenza da paura: ‘Go’, ‘Last Exit’, ‘Save You’, l’ultimo singolo ‘World Wide Suicide’ e una ‘Corduroy’ che fa gridare di gioia scaldano gli animi e i cuori come in rare occasioni. Il gruppo dimostra subito un tiro impressionante; Eddie Vedder, nonostante qualche bicchiere di vino di troppo, è a dir poco trascinante, sembra divertirsi molto a parlare in italiano e dimostra che qualcuno può ancora indossare una camicia a scacchi di flanella nel 2006 ed essere credibile. Anche il resto del gruppo, comunque, non è da meno; Mike McCready, stranamente su di giri, si agita molto, incita il pubblico e regala degli assoli spigolosi e coinvolgenti, come in ‘Even Flow’. Quando poi viene poi lasciato solo sul palco Matt Cameron, che alla batteria offre qualche sincero minuto di ammirazione, spuntano anche lacrime di rimpianti sulle ceneri dei Soundgarden. Il pubblico è coinvolto oltre misura, non trascurando di cantare a squarciagola ogni pezzo, comprese b-sides (peraltro splendide) come ‘Man of the Hour’ o ‘Crazy Mary’, e anche se le frasi sono di circostanza, quando Eddie dice di non aver mai avuto un pubblico coinvolto come quello che trova ogni volta a Milano, beh, un po’ viene da credergli!

Ancora, nel giro di pochi minuti, si torna indietro nel tempo con ‘Daughter’, apprezzatissima e jammata in maniera divertente con ‘Another Brick in the World’, poi’ State of Love and Trust’ che scatena il tripudio e una ‘Why Go’ in cui i cinque sul palco (a tratti sei per la presenza part time del tastierista) sembrano ancora dei ventenni esagitati…e siamo solo alla fine del primo set.

Dopo una breve pausa Vedder rientra da solo: uno spot sulla testa, una chitarra acustica e annuncia un pezzo per la compagna, una dolce cover di ‘Picture In A Frame’ di Tom Waits, che colpisce per la sincerità con cui viene suonata e fa commuovere anche i cuori più duri… ma, anche se non è con le ballate che i nostri vogliono accattivarsi il pubblico, segue a breve giro una ‘Black’ a dir poco da brividi, trascinata per 10 minuti dai cori degli astanti, ‘Given To Fly’ e il putiferio di sensazioni nostalgiche che va sotto le cinque lettere di ‘Alive’, dove finalmente tira fuori il capino e dona un bell’assolo sporco come si deve anche Stone Gossard. Con questa il gruppo saluta nuovamente, ma le luci non si accendono ancora. E in effetti servono solo 2 minuti per vederli risalire, attaccare con la trascinante ‘Do the Evolution’ e iniziare il rush finale, che conduce a un addio eccezionale: a luci accese i nostri portano all’euforia il pubblico con la cover di ‘Keep On Rockin’ In The Free World’, richiesta a caratteri cubitali da uno striscione che occupava mezzo Forum: non so che effetto facesse ai fan di Neil Young, ma quando sono i PJ a suonarla ci si illude davvero di poter sperare in mondo migliore… e poi il gran finale affidato a ‘Yellow Ledbetter’, decisamente attesa con ansia da tanti presenti.

Che dire? Se i Pearl Jam dovevano ancora dimostrare a qualcuno di essere una delle (o la?) più grandi rock band del mondo, i dubbi sono fugati; li aspettiamo tra altri sei anni, più vecchi, più canuti, forse più maturi ma sempre con lo spirito scanzonato e sincero dei veri rockers… sperando che non ci sia più un President Bush a cui Eddie & Co. debbano chiedere a squarciagola ‘to leave this world alone’.

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