Pat Travers – Recensione: Makin’ Magic

Fra i tanti chitarristi che nel corso degli anni ’70 del ‘900 vennero folgorati dal genio di Jimi Hendrix, un ruolo non certo secondario lo ha ricoperto il canadese Pat Travers, che al pari del suo connazionale Frank Marino, ha iniziato a suonare la chitarra dopo aver scoperto in giovanissima età le prodezze del mancino di Seattle. Da lì in poi, il fatto di approfondire lo studio della chitarra e formare le prime band giovanili, fu una conseguenza naturale. Le sue influenze però comprendevano anche chitarristi straordinari quali Jeff Beck, Jimmy Page ed Eric Clapton, portandolo a elaborare un suo stile personale, costituito da un massiccio hard blues, corposo e intenso. In ogni caso, è proprio con una delle sue band giovanili, i Merge, che il suo grande talento alla chitarra viene notato dall’artista r’n’r Ronnie Hawkins, con il quale andrà a suonare. Il passo successivo sarà il trasferimento a Londra per intraprendere una carriera solista. Non a caso il brano d’apertura del suo terzo album, “Putting It Straight” del 1977 si intitola “Life in London”, e racconta le sue esperienze, da ragazzo appena ventenne, proiettato nella capitale britannica.

Ottenuto un contratto con la Polydor, pubblica il suo debutto, intitolato con il suo nome, nel 1976. Era un hard blues pesante e articolato, impreziosito dalle sue eccellenti prestazioni chitarristiche (ma anche dalla sua voce calda ed espressiva), suonato in trio con Mars Cowling al basso (sarà il bassista più significativo della prima parte della sua lunga carriera) e Roy Dike alla batteria. È però con il suo secondo disco, “Makin’ Magic” del ’77 che il suo stile si consoliderà con un album che sarà considerato come uno dei più belli e importanti del suo percorso musicale, con l’apporto del nuovo batterista, un certo Nico McBrain che avrà ben altre fortune future.

L’album si apre con la title track, caratterizzata da un massiccio riff di puro hard blues, una linea vocale incalzante, esaltanti parti soliste, suonate con incredibile lucidità dal nostro e in generale, una certa articolazione strutturale che non solo conferisce dinamica al brano, ma sarà anche una delle caratteristiche della musica dell’artista canadese. Arriva poi lo shuffle indiavolato di “Rock ‘N’ Roll Susie”, con le chitarre armonizzate e la linea vocale che fanno così tanto southern rock, con assoli di chitarra che tolgono letteralmente il fiato, mentre sul classico del rock blues “You Don’t Love Me” (ripreso fra gli altri da John Mayall e Allman Brothers) è la chitarra slide a parlare e a farlo in maniera egregia, precisa e incalzante come poche. Uno dei pezzi più evocativi del disco è “Stevie”, che si avvale anche dei cori di “The Voice” Glenn Hughes, a iniziare dall’intro con tastiere, lo svolgimento all’insegna di un’intensa e drammatica ballad ben interpretata da Travers anche vocalmente, le chitarre armonizzate, i cori densi di soul (d’altronde…) e il solito assolo, breve ma perfetto. Un altro pezzo che resterà un classico nel repertorio del nostro sarà la rilettura del classico di “Statesboro Blues” di Willie Mc Tell (interpretata, fra i tanti, anche dalla Allman Brothers Band), con ospite Brian Robertson, axe man dei Thin Lizzy, altra bordata southern dove i due chitarristi, prima in armonizzazione, poi con l’alternarsi di assoli, danno il meglio di sé. “Need Love” è estremamente indicativa degli sviluppi della musica di Travers, in questo caso un hard funk dai numerosi riff spezzati, con la sezione ritmica ricca di groove (sembra incredibile sentire McBrain suonare con una simile intenzione!) e un assolo wah wah da antologia, come d’altronde la bellissima “Hooked on Music”, che si sviluppa su coordinate stilisticamente simili, fra hard rock, rock blues e funk, sviluppata in avvincenti sequenze di accordi, pause e riprese, assoli molto ritmici, accelerazioni e un basso sempre protagonista. Strepitosa. Il disco si chiude con “What You Mean to Me”, pezzo strumentale solare e rilassato, con tratti quasi fusion e parti di chitarra al solito di una classe eccellente.

L’album, pur non avendo un grande successo immediato, grazie anche alle critiche estremamente positive, aiuterà il chitarrista canadese a farsi notare e in prospettiva verrà unanimemente considerato uno dei suoi grandi classici.

Per il resto, dal quarto album in poi (“Heat in the Street” del 1978, nel cui tour aprirà ai connazionali Rush) la formazione, con l’aggiunta di Pat Thrall alla seconda chitarra e Tommy Aldridge alla batteria, diventerà la Pat Travers Band, che vedrà una lunga serie di valenti musicisti alternarsi nei vari ruoli (fra cui Jerry Riggs, Sandy Gennaro, Michael Shrieve, Carmine Appice, Ansley Dumbar, Clive Edwards, Mick Dyche e molti altri) e avrà un notevole successo a partire dal live “Go ForWhat You Know” del ’79 a “Radio Active” del 1981. Da lì in poi un lento declino del successo commerciale, con numerosi cambi di formazione e la perdita del contratto con la Polydor, fino alla riscoperta a opera dell’etichetta di Mike Warney Blues Bureau International Records, con la quale, dal 1992 in poi pubblicò diversi album di ottima qualità. Da segnalare anche la scomparsa dello storico bassista Peter “Mars”Cowling nel 2018. Attualmente Pat Travers continua a fare dischi sempre di buon livello, e concerti altamente coinvolgenti, passando anche per l’Italia (chi scrive l’aveva visto al Fillmore di Cortemaggiore il 4 ottobre 2007, concerto memorabile), fedele al suo rock blues al confine con l’hard rock.

Non solo un chitarrista a dir poco eccellente, ma un autore di dischi di ottima qualità e coerenza sonora, Pat Travers è uno di quei nomi che meritano assolutamente di essere riscoperti per tutto ciò che di egregio hanno fatto e continuano a fare con passione, qualità e dedizione.

Etichetta: Polydor Records

Anno: 1977

Tracklist: 01. Makin' Magic 02. Rock 'N' Roll Susie 03. You Don't Love Me 04. Stevie 05.Statesboro Blues 06. Need Love 07. Hooked on Music 08. What You Mean to Me
Sito Web: https://www.facebook.com/pattraversband

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