Painkiller – Recensione: Guts Of A Virgin

La tregua è terminata, torniamo a occuparci di musica estrema. I Painkiller prendono vita nel 1991 dall’incontro di tre estrosi personaggi: il sassofonista avanguardistico John Zorn, l’eclettico Bill Laswell al basso, l’uomo dalle mille collaborazioni, tra le quali ricordiamo il supergruppo Last Exit, e Mick Harris, ex batterista dei Napalm Death, tra i padri fondatori del genere grindcore. Nessuna connessione con l’album dei Judas Priest uscito l’anno precedente, il progetto nasce come jam session negli studios neworkesi di Laswell sicchè, a testimonianza della caratura dei musicisti, quanto scaturito è frutto di mera improvvisazione. Dai trascorsi dei protagonisti verrebbe da chiedersi se universi apparentemente così distanti possano trovare un punto d’incontro; in realtà Zorn con il progetto dei Naked City si era già addentrato in una riuscita commistione tra free jazz e grind. Ciò che distingue il lavoro che andiamo a rispolverare è un maggiore orientamento verso il metal e minore propensione a divagazioni di sorta.

Guts of a Virgin” è il primo frutto di questa eccentrica collaborazione; esce nel 1991 per la label nipponica Toy’s Factory, che poi concede la licenza per la pubblicazione alla storica Earache Records di Nottingham, che certo non poteva farsi sfuggire una release di tal incendiaria fattura! All’arrivo nel Regno Unito tutte le copie vengono sequestrate e distrutte per via della copertina giudicata scabrosa dalle autorità; verrà pertanto distribuita una seconda edizione ove l’effige della donna rasata a zero e sventrata viene ridimensionata al solo volto con tanto di doglianze per il ban della prima stampa.

Passando all’ascolto, il paragone coi Naked City viene quasi spontaneo seppur, come detto, vi siano diversi tratti distintivi. Il drumming di Harris è intenso, incessante e furioso laddove, in diversi brani il suo stile è immediatamente riconoscibile rimandando ai lavori coi ND. Lo stesso partecipa alla stesura delle liriche, talvolta ironiche, talvolta raffiguranti improbabili scenari deliranti, così come ai cori, meglio identificabili come ululati vaneggianti. John Zorn da par suo tortura il sax come non mai, tanto che più che delle note, sembrano fuoriuscire gemiti di dolore, ma è soprattutto il basso, che deve supplire l’assenza della chitarra, a stupire per la rotondità del suono, sfruttando al meglio ogni tipologia di effetto per strabordare dalle casse e ottenere un effetto riempitivo al pari di un fiume in piena.

Il disco si apre con degli strepiti che paiono provenire dal manicomio di Freddy Krueger; si tratta dell’opener “Scud Attack”, che prosegue con un riff di basso che lambisce lo stoner in un incedere heavy farcito da improvvise accelerazioni di batteria e successive sezioni che riportano a un certo hardcore di matrice oltranzista.

Il lavoro è composto da dodici tracce tirate all’inverosimile, per una durata di circa 24 minuti che scorrono via senza cali d’interesse, tanta la violenza e intensità messa in campo. Il connubio tra free jazz e grindcore funziona nuovamente, in un album mediamente ben oltre la media che non pare eccessivo annoverare tra i masterpiece della musica estrema. Bisogna citare brani come “Damage to the Mask”, ”Hostage”, che regala momenti d’atmosfera post industrial, “Dr Phibes.”, ma soprattutto l’incredibile conclusiva “Devil’s Eye”, dall’intro che sembra preso in prestito dalle session di “From Enslavement To Obliteration” e un clima claustrofobico degno del più lugubre film gore, non fanno altro che confermare tale verdetto.

Solo tre personaggi fuori dall’ordinario in pochi giorni di registrazione potevano partorire un prodotto che probabilmente i più non avrebbero realizzato nemmeno dopo mesi di prove! Un platter che a un primo impatto potrà risultare ostico ai meno avvezzi a tali sonorità ma che gli ascolti ripetuti ne faranno apprezzare il valore intrinseco e aumentare le quotazioni.

In definitiva, l’esordio dei Painkiller è un disco seminale che merita di essere riportato all’attenzione, contraddistinto da una geniale follia e altamente divisivo tra chi se ne innamora elevandolo a capolavoro e chi lo detesterà utilizzandolo come frisbee con l’amico a quattro zampe!

Harris lascia la band nel 1995 per dedicarsi ai sopraggiunti interessi per la musica elettronica, facendovi ritorno soltanto per fugaci esibizioni dal vivo.

Ultima nota per i collezionisti irriducibili: l’artwork originale si può rinvenire unicamente nell’edizione giapponese mentre le stampe oggetto di censura risultano quasi impossibili da reperire.

Etichetta: Toy's Factory/Earache

Anno: 1991

Tracklist: 01. Scud Attack 02. Deadly Obstacle Collage 03. Damage to the Mask 04. Guts of a Virgin 05. Handjob 06. Portent 07. Hostage 08. Lathe of God 09. Dr. Phibes 10. Purgatory of Fiery Vulvas 11. Warhead 12. Devil's Eye

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