Pain Of Salvation: Live Report della data di Bresso (MI)

Secret gig.

Hanno semplicemente detto grazie all’Italia. Nel modo migliore che potessero fare: suonandocele. Una festa, tranquilla come un gruppo di amici che si ritrova in birreria, nessun proclama e nessun annuncio, un concerto a quasi porte chiuse. Speciale. All’insegna dell’improvvisazione e della semplice voglia di esprimersi, anche attraverso colori ed umori solitamente lontani dal consueto. Nasce per caso e diventa gemma unica la serata di festa del fans club italiano di Pain Of Salvation, occupata da un meet and greet con gli artisti e dall’esibizione di Exawatt e Dynamic Lights (questi ultimi in contatto con la DVS, etichetta di sicuro spessore) nella cornice dell’Indian’s Saloon di Bresso, alle porte di Milano. Sono poco più di un centinaio i convenuti al saluto, fra autografi e abbracci, foto ricordo e la voglia di ringraziare una band che si sta guadagnando un meritato posto al sole. “Cercheremo al più presto di tornare in Italia per suonare. Grazie di tutto”. Questa la linea finale degli svedesi, disponibili e gioviali, reduci da un personale successo in quel del Gods Of Metal di Milano. Senza alcun annuncio, dopo i ringraziamenti da parte dei responsabili del fans club italiano, salgono sul palco imbracciando strumenti acustici. Non sono una tastiera che non funziona, un piatto della batteria che casca o una corda di chitarra che si rompe a fermare l’atmosfera particolare che si respira. ‘Leaving Entropia’ apre un set che dimostra come questa band non si ponga confini, tanto da smettere di prendersi sul serio non appena qualche pretesto glielo consente (fra siparietti aneddotici e “shut up” di Johan ai riguradi di un Gildenlow che è un fiume in piena di parole), tanto da prendere la loro canzone più conosciuta, ‘Ashes’ e stravolgerla come in un’esecuzione in “maggiore” variata di soul e r’n’b, impossibile da descrivere a parole e maledettamente “Big Band”. Lo spirito metallaro esce sulla coda di ‘Nightmist’ che diventa thrash acusticoe basso acustico slappato. ‘Oblivion Ocean’ viene decostruita e riassemblata, ‘Second Love’ e ‘Undertow’ sono sempre grandiose e gli innesti di ‘Idioglossia’ / ‘Her Voices’ sono un pretesto musicalmente delizioso. Non mancano le cover, canzoni che la band decide di rifare a modo proprio, come ‘Count Down Time’ di Elton John per piano e voce affiancata da ‘Working Class Hero’ di Lennoniana memoria ricostruita secondo lo spirito di Daniel sulla strada per Jeff Buckley. ‘Dryad Of The Woods’ e ‘Chain Sling’ sembrano impazzite, nonostante si cerchi di fermare il flusso con qualche chiacchiera divertita fra ringraziamenti in italiano e risposte del pubblico in svedese. Ribaltamento dei ruoli, assoluta padronanza dei propri mezzi, ci si congeda: “Fate attenzione in auto mentre tornate a casa, riposatevi e fate in modo che domani sia una bella giornata. Grazie davvero, è stata una bella festa”.

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