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Ozzy Osbourne – Recensione: Patient Number 9

Abbiamo fatto trascorrere tre mesi esatti per recensire l’ultima opera del buon Ozzy, per dare un visione ragionata e per vedere come l’album regga al passare delle settimane, in particolare rispetto al predecessore e, ad esclusione di un paio di brani, alla lunga perde interesse.

Patient Number 9” risulta molto più solido, con meno filler e, pur non essendoci brani al livello dei top del passato, alcuni potrebbero finire comunque nelle vostre playlist.

Partiamo con la title track, realizzata in collaborazione con un altro giovanotto, che risponde al nome di Jeff Beck. Il brano ricalca il meglio di ciò che è stato proposto negli ultimi anni, un pezzo lungo che però non annoia mai. Più insolita la seguente  “Immortal“, se non altro per l’accompagnamento alla chitarra, dove troviamo Mike McCready.

Torniamo a collaborazioni classiche con Zakk Wylde e Tony Iommi, che vedremo ricomparire anche in seguito. Per quanto riguarda il primo, abbiamo “Parasite”, che risulta non geniale, ma tenuta in piedi dal timbro del barbuto chitarrista, mentre con Iommi abbiamo “No Escape From Now”, un brano molto interessante, roccioso e malinconico allo stesso tempo. Comunque lo sapevamo già, questi due insieme qualcosina hanno già dimostrato di saper fare.

Nella quinta traccia, “One of Those Days”, troviamo niente meno che Eric Clapton, per un brano che mischia ottimamente lo stile di Slowhand con la voce di Ozzy: ottimo lavoro.

Ritroviamo Jeff Beck in “A Thousand Shades”,  brano molto placido e sognante, seguito da altri tre brani con Zakk. Nello specifico, “Mr Darkness” e “Nothing Feels Right” risultano un po’ troppo lineari, mentre “Evil Shuffle” è ben più potente e interessante, ed è il brano che forse più di tutti si avvicina al passato più glorioso di Ozzy.

Andando verso la fine troviamo di nuovo Iommi in “Degradation Rules”, in cui la voce del principe delle tenebre finisce un po’ in secondo piano ma, viene invece sottolineata la sua parte di armonica. Ancora una volta, il brano ci ricorda di che livello di personaggi stiamo parlando.

Prima di salutarci troviamo “Dead and Gone” e “God Only Knows”, che sono pezzi un po’ di riempitivo, mentre la conclusiva “Darkside Blues” è una piccola perla; suoni sporchi e confusi la fanno uscire dritta dritta da un vecchio vinile registrato in qualche bettola nel sud degli states a inizio secolo scorso.

Una piccola nota: oltre alle collaborazioni già segnalate, abbiamo altre partecipazioni nell’album. Stiamo parlando fdi nomi del livello di Josh Homme, Robert Trujillo, Duff McKagan, Chad Smith e del compianto Taylor Hawkins. Insomma, nessuno di loro ha bisogno di presentazioni, a dimostrazione di come Ozzy sappia scegliere ancora bene i suoi collaboratori.

Ritornando al punto iniziale, cosa dire dell’album? Se si evitano pretenziosi confronti con il passato, abbiamo un buon lavoro, che non dà per nulla l’idea di una marchetta e in cui le collaborazioni sono più azzeccate rispetto al precedente. Sì, sarò vecchio, ma la roba con Post Malone era tremenda. 

E comunque, diciamola tutta: Ozzy, per quello che ha fatto e che rappresenta, potrebbe anche fare un album di yodel che meriterebbe comunque la nostra ammirazione, e darebbe filo da torcere a tanti giovani artisti.

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