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Orphaned Land – Recensione: A Heaven You May Create

Agli Orphaned Land, come peraltro al resto dell’umanità, sia chiaro, negli ultimi anni sembra andare tutto male. Per festeggiare i trent’anni di carriera la band decide di registrare un album live con l’accompagamento di un’orchestra, ma ecco che ti capita una pandemia mondiale, e quindi riesci a fare il concerto solo grazie alla campagna vaccinale all’avanguardia in Israele, con mezzo mondo che ti guarda in streaming e il tour europeo che salta ancora una volta. Due anni dopo il disco è pronto per essere pubblicato, vengono diffuse in rete le prime anticipazioni, ed ecco che Hamas decide di fare quello che tutti sappiamo e la band israeliana che ha fatto dell’unità fra i popoli e le religioni il proprio manifesto si ritrova in difficoltà. Molti fan, o presunti tali, li accusano per la loro nazionalità e li abbandonano, il tour europeo previsto per gennaio è ancora in bilico e i sogni di pace sembrano allontanarsi di nuovo. Molti getterebbero la spugna in una situazione del genere. Loro no. Loro ci credono ancora, e affidano ancora una volta alla loro musica un messaggio di pace e speranza. Un paradiso che possiamo creare tutti insieme, appunto.

Gli Orphaned Land, accompagnati da un’orchestra di 60 elementi e da un coro che interviene a sostenere la voce di Kobi Farhi al momento giusto, raccolgono alcuni fra gli episodi migliori della loro carriera e li ripropongono abbelliti, a dimostrazione di come brani vecchi e recenti possano confrontarsi fra loro senza nessun problema. Anzi, “A Heaven…” diventa un’opportunità per ripercorrere la discografia del gruppo per esaminarne meglio l’evoluzione stilistica. La selezione proposta nel live comprende per forza di cose molti estratti da “Mabool“, l’album del 2004 che ha consacrato la band a livello internazionale, per arrivare al recente “Unsung Prophets And Dead Messiahs“. In certi casi l’accostamento fra growl e strumenti classici potrebbe sembrare stridente, ma “The Kiss Of Babylon“, che è appunto un brano composto da una parte in growl e da una con il cantato pulito, ne esce rafforzata in entrambe le sue componenti. “Brother“, che già nella versione su disco è emozionante al limite della commozione per il messaggio pacifista che promuove, è arricchita da un’introduzione orchestrale delicata come un soprammobile di cristallo che farebbe smuovere anche il cuore più indurito. Per quanto riguarda il repertorio più recente, la versione live di “The Cave“, rinforzata soprattutto dal coro, si conferma come uno dei capolavori della discografia della band.

Il live compie la sua funzione celebrativa con la ripresa di altri momenti nella discografia del gruppo, come “A Neverending Way“, tratta da “El Norra Alila“, o “Sapari“, tratta da “The Never Ending Way of ORwarriOR“. Non è facile decidere se in tutto questo repertorio ci sia un momento più riuscito di altri, perché la resa dal vivo degli Orphaned Land è sempre notevole, anche se certi cavalli di battaglia come “Birth Of The Three (The Unification)“, tratta sempre da “Mabool”, si conferma come una colonna portante del loro repertorio.

La band merita solo il meglio, merita di trovare un po’ di sollievo dal peso degli ultimi anni (come tutto il resto dell’umanità, sia chiaro). Speriamo che con questo live il messaggio di pace e unità che gli Orphaned Land continuano a portare avanti con ostinazione venga finalmente ascoltato dai più.

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