Dopo la storica esibizione a Pompei, gli Opeth fanno tappa al Sequoie Music Park di Bologna. A un anno di distanza dalla sua uscita, la band continua a portare in tour “The Last Will And Testament”, enneismo capolavoro in una discografia già preziosa e arrivata al capitolo numero quattordici. Una longevità che non ha esaurito la vena creativa di Mikael Åkerfeldt, capace di portare avanti una progressione verso lidi ogni volta al tempo stesso nuovi e familiari, come confermano anche le performance live del gruppo.
BLOOD INCANTATION
Il caldo e l’umidità non scoraggiano i fan, ordinatamente in fila per il Parco delle Caserme Rosse già ben prima delle 18.30, orario di apertura dei cancelli. E così, per quando iniziano a suonare i Blood Incantation c’è già una discreta quantità di pubblico di fronte al palco, in fila per il merchandising o per una bevanda refrigerante. Si alza anche un po’ di brezza a rendere più tollerante l’attesa per gli headliner mentre la band americana prende d’assalto gli spettatori con la sua proposta musicale decisamente d’impatto.
Capitanati dal cantante e chitarrista Paul Riedl, dal vivo i Blood Incantation riescono a fare quello che solo a intermittenza fanno nei lavori in studio: coinvolgere davvero. Il loro death metal a tinte progressive e dalle ambizioni cosmiche conquista fin da subito e anche la presenza sul palco è più che discreta: la band esegue nella sua interezza “Absolute Elsewhere”, lavoro del 2024 che ne ha sancito la completa maturazione e ci porta letteralmente in un’altra dimensione. Un attacco veloce, sostenuto dalla potente sezione ritmica composta da Isaac Faulk e Jeff Barrett e dal growl di Riedl, che lascia spazio a momenti introspettivi e dà luogo ad una convincente alternanza di aria e saturazione, di pieno e di vuoto. Particolarmente suggestiva la liquida “The Stargate [Tablet II]”, nata dalla collaborazione con i Tangerine Dream, così come arrivano al cuore gli echi dei Pink Floyd in “The Message [Tablet II]”, ma è nel complesso che i Blood Incantation fanno cambiare idea anche agli scettici con una performance di livello, lunga abbastanza da farne apprezzare tutte le sfaccettature.
OPETH
Lo show degli Opeth comincia quando ancora c’è la luce del sole, ma fin dalle prime note di “§1”, da “The Last Will And Testament”, la band trascina il pubblico nel suo mondo oscuro.
Come sempre Mikael Åkerfeldt parla parecchio, sforna battute e dialoga con il pubblico, in un mood a tratti distonico rispetto alla cupezza della proposta musicale degli Opeth, dimostrando però di essere senza dubbio un frontman consumato e capace intrattenitore. Parte dai riferimenti alla partita dei campionati mondiali di calcio in programma nella notte (Norvegia-Inghilterra), parla della propria età (commentando che alcuni tra i presenti non erano nemmeno nati quando gli Opeth hanno esordito e che altri invece sono…”old fucks”!) e chiede se la salsa si chiama “bolognese” perché è di Bologna, il tutto con sense of humour molto britannico.
Ciò non toglie, però, che l’impatto sonoro del concerto sia devastante, ancor di più oggi rispetto ad anni fa, e questo perché la raffinatezza degli arrangiamenti non ha tolto potenza, ma l’ha concentrata in alcuni passaggi con precisione chirurgica e amplificata con quell’atmosfera che è marchio di fabbrica e contesto che lega tra loro gli album della band svedese. Il gruppo è più che mai affiatato, con il tastierista Joakim Svalberg che per il motivo appena detto gioca un ruolo sempre più fondamentale e l’altro chitarrista Fredrik Åkesson particolarmente ispirato, mentre il batterista Waltteri Väyrynen e il bassista Martin Mendez sostengono la complessità dei brani eseguiti.
La scaletta è incentrata sull’ultimo lavoro, con “§3” e “§7” che convincono e conquistano pienamente nella loro dimensione live, così come suonano assolutamente coerenti anche accanto a pezzi dal passato, dall’aggressiva “Godhead’s Lament”, tratta da “Still Life”, alla riflessiva “Windowpane”, da “Damnation”. “The Devil’s Orchard”, da “Heritage”, è accompagnata dal suggestivo video proiettato sullo sfondo e in generale proprio l’uso delle immagini, seppur sobrio, è utile e complementare alla musica nella creazione del mood adatto ad immergersi nel mondo Opeth. Arriva “The Grand Conjuration” dall’acclamato “Ghost Reveries”, poi il concerto viene interrotto per qualche minuto per consentire di soccorrere una persona che si è sentita male nel pit. Si riparte con la furiosa “Demon Of The Fall” da “My Arms, Your Hearse” del 1998, a dimostrazione di come la band non abbia paura di riproporre un passato molto più diretto e arrembante, e in questo senso si inserisce pure la decisione di omaggiare con una cover (se così si può chiamare vista la durata) “You Suffer” dei Napalm Death, già proposta a Pompei: non solo divertissement. Il riff di “The Drapery Falls” è il momento da pelle d’oca della serata e ci ricorda la grandezza di questo brano e, di riflesso, del capolavoro “Blackwater Park”, prima che la scaletta si chiuda con “Hex Omega”, da “Watershed”.
Si cominciano a vedere dei lampi, che con il passare dei minuti diventano sempre più minacciosi, e allora la band, dopo essere uscita di scena, si affretta nuovamente sul palco per il bis, che è una decisa “Deliverance”, title track dell’omonimo album del 2002 che è particolarmente significativa in quanto racchiude l’essenza della band e ne prefigura le successive traiettorie.
Le luci si accendono e, mentre nel vicino palco del Bonsai parte una musica completamente diversa, la gente corre verso l’uscita per evitare il temporale, che fa da cornice atmosferica e suggello ad un concerto di grande impatto emotivo.

