Gary Hughes – Recensione: Once And Future King

Ok. Immaginate soltanto di avere un enorme buco allo stomaco. Si tratta di avere la classica e proverbiale fame da lupi, quella che metaofricamente contraddistingue anche gli estimatori di Gary Hughes e delle sue produzioni.

Lo sapete, ne avete la certezza, sta arrivando la sua monumentale rock opera: tanti ospiti, tanti convitati, tanti amici e colleghi che si riuniscono attorno alla grande tavola per raccontarsi, presumibilmente fra una portata e l’altra, le gesta di Re Artù.

Quale migliore leggenda, quale miglior soggetto, fra Excalibur e la sontuosità di Avalon, fra Morgana, Lancillotto, Nimue e Galahad. Ci sono proprio tutti. Così come tutti ci sono quei tratti tradizionali dell’arcobaleno di Ritchie, della Vergine Di Ferro (pare che Artù l’abbia portata con sé in una delle spedizioni, alla faccia della storia!), abbinate all’anelito sempiterno del background di hard rock classico del buon Gary ( produzione scandalosa compresa).

Un disco ed una storia che si sviluppano su due cd, monumentale e ben costruito, come ci si attende da seri professionisti che hanno dalla loro parte una sicura resa “artistica” e “professionale”. In fondo alla sala, verso la cucina, iniziano i primi movimenti. Leggiadre damigelle si occupano, capelli raccolti in trecce, di versare del vino dagli otri nei bicchieri degli astanti.

Ahinoi, l’oste non è affatto generoso, dovrebbe saperlo che non si inizia a pasteggiare con del vino annacquato! Questa l’impressione che ‘Once And A Future King’ lascia all’inizio. Manca qualcosa, diventa prolisso nelle troppe ripetizioni dei ritornelli (ultimi Ten docet in maniera particolare). Poco male, in cucina stanno lavorando. Arriveranno presto le sontuose portate.

Si arriva su toni piuttosto stanchi al termine del primo disco, coincidenti con la scoperta di Artù del tradimento di Ginevra e Lancillotto, ma i commensali non sono nemmeno brilli, maledetto oste! Ma arriverà il vino buono, oh sì.

Si continua, le gesta devono ancora essere raccontate, e allora via di nuovo sui medesimi canoni di sempre (iniziamo a pensare che come tutte le tradizioni non sia possibile rinnovare alcunchè, alla fine), con la medesima bellissima storia di sempre. Tradimenti, spade, battaglie, il duello fra Mordred e Artù… E musicalmente sono note che si inseguono nel mare del già sentito, nella tradizione, ma forse questo ai commensali non interessa molto. Hanno molta fame, adesso. Le ciotole sui tavoli vengono riempite di leggero brodo di dado, ma la musica e i racconti sono terminati, così come il (cattivo) vino.

Oh, certo, di banchetti andati male ce ne sono e ce ne saranno sempre diversi nella vita di ciascuno, ma questa volta voi avevate moltissima fame. E vi hanno servito solo un brodino. Cucinato ottimamente, nulla da dire, ma non c’erano nemmeno i crostini da intingere!

E’ tutto qui?

Forse il maitre avrebbe dovuto andare meno di fretta e non aggiungere continuamente acqua? Si sa, un piatto cucinato secondo le Accademie non sempre risulta gustoso. Proprio come ‘Once And Future King’ che risulta alla fine essere un’occasione sprecata limitandosi a ricoprire il ruolo di disco ben scritto ma tremendamente inutile nella forma, con la medesima sostanza di un brodino. Proprio quando vi sareste mangiati un cinghiale intero.

Voto recensore
5
Etichetta: Frontiers

Anno: 2003

Tracklist: CD 1

01. Excalibur
02. Dragon Island Cathedral
03. At The End Of The Day
04. The Reason Why
05. Shapeshifter
06. King For A Day
07. Avalon
08. Sinner
09. In Flames
10. Lies

CD2

01. Kill The King
02. There By The Grace Of The Gods
03. I Still Love You
04. Oceans Of Tears
05. Rise From The Shadows
06. Believe Enough To Fight
07. The Hard Way
08. The Pagan Dream
09. Demon Down
10. Deius
11. Without You
12. Once And Future King

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